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Testimonianze

 

Mi si chiede di dire ciò che penso di Lanfranco Colombo.
E’ un compito arduo, perché non mi è facile trovare le parole adatte per esprimere fedelmente il mio pensiero e i miei sentimenti, che si dipanano in perfetta armonia. Il giorno che l’ho conosciuto, sono rimasto colpito, dal primo momento, dal suo fascino tipicamente italiano, che ha risvegliato in me i meravigliosi ricordi dell’anno trascorso in Italia durante la mia giovinezza. parlando con lui di fotografia, ero felice di poter parlare con qualcuno che non guarda soltanto le fotografie che gli stanno davanti, ma che anche le ascolta. Lanfranco non è interessato solo a quello che le fotografie mostrano, ma è estremamente attento anche a quello che le fotografie mostrano, ma è estremamente attento anche a quello che le fotografie dicono, ai pensieri e alle emozioni che suscitano. Egli non apprezza soltanto il valore estetico dell’immagine e non si accontenta di una piacevole sensazione sensoriale; egli ricerca anche un contatto mentale con l’immagine.
Ai giorni nostri la fotografia ha varcato i limiti dell’arte plastica, divenendo un importante mezzo di comunicazione, e Lanfranco ha ben colto questo doppio ruolo. Per lui la fotografia non è una fonte di reddito, egli la ama senza alcun legame con il denaro, i suoi legami sono sentimentali. Credo che la fotografia italiana gli debba molto ed egli rende un servizio importante allo sviluppo dei rapporti fra fotografi italiani e stranieri. Vorrei conoscerne molti, di Lanfranco. Ma ce n’è uno solo.

Paul Almasy

  inizio  
 

Lanfranco Colombo ha rappresentato per noi, in un certo periodo (per me, voglio dire, come per molti amici), l’idea stessa di fotografia. La su Galleria, “il Diaframma” era inserita nel giro di quelle “obbligatorie” che da ragazzi andavamo a visitare una dietro l’altra, generalmente il sabato pomeriggio. Fin dalla fine degli anni ’60. “Popular Photography Italiana” era per noi una delle fonti d’informazione più autorevoli sulla fotografia nel mondo. Credo che le mie paure “Aree di Coincidenza” siano ante proprio sfogliando questa rivista: forse prima ancora che diventasse “il Diaframma Fotografia Italiana”, nel ’72. Con Lanfranco ci conoscevamo di vista da molto tempo quando ci presentammo, per così dire “ufficialmente”.

Mi conquistò immediatamente col suo fare allegro, svagato, imprenditoriale ad un tempo. Se non ricordo male, quando ci presentammo (dev’essere stato attorno al 1972), sapeva già cosa facevo, (un notevole complimento per un “operatore”, come si diceva allora agli inizi), e così la nostra amicizia sfociò, immediatamente, in una forma di collaborazione a vari livelli. Fui così “implicato” nell’organizzazione di una sezione culturale del Sicof, e poi, sulla rivista “Il Diaframma”, nella gestione di una rubrica che tenni, con qualche interruzione, per vari anni, dal titolo “Tra Pittura e fotografia”. Anche se il mio punto di vista (in fondo da “pittore”) non poteva essere collimante con quello della più parte dei fotografi “puri”, ho sempre trovato un Lanfranco un interlocutore aperto e interessato. Voglio dire che era veramente interessato al ventaglio di esperienze “aperte” che potevano uscire dall’ambito della fotografie, non era arroccato in una difesa “corporativista” del mestiere di fotografo, che oggi veramente non ha più senso. Sono così contento che ancora una volta le nostre strade si siano incrociate

Adriano Altamira

  inizio  
 

Che cosa alimenta l’entusiasmo di Lanfranco Colombo? Conosco Lanfranco da tempi immemorabili e l’ho visto resistere al vento non come una vecchia quercia né come una flessibile betulla, ma come un folletto dei boschi, capace di riapparire dappertutto. In tanti anni, è successo che qualche rara volta Lanfranco avesse bisogno del medico. Sono sempre stati, mi rendo conto, incontri disastrosi perché nelle sue vene c’era collodio, argenti, impressioni fotografiche che non permettevano alcuna diagnosi, altro che una: - Signor Colombo, Lei è invincibile!

il Diaframma di via Brera si apre e chiude con velocità elettronica. E’ un punto di incontro europeo, veramente l’unica iniziativa di esposizione della fotografia creativa in Italia che abbia resistito nonostante le inspiegabili difficoltà della cultura fotografica in questo paese.

Personalmente sono molto grato a Lanfranco Colombo. Molti anni fa ero direttore del Gabinetto Fotografico Nazionale. Un’istituzione che ha più di cento anni e da cui erano passati molti storici dell’arte, dal Corrado Maltese a Federico Zeri, al geniale Giorgio Castelfranco. Tutti avevano usato il Gabinetto Fotografico come una miniera di informazioni sull’arte; ma non erano ancora i tempi per guardare alle decine di migliaia di fotografie raccolte come testimonianze della fotografia.  Fu Lanfranco a incoraggiarmi in quella direzione, ospitando al SICOF una nostra manifestazione su Michetti fotografo. Un tema che oggi fa parte della storia della fotografia, ma che grazie alla generosità di Lanfranco incominciava allora ad essere conosciuto.

Carlo Bertelli

  inizio  
 

Sono quasi trent’anni, più o meno, che mi capita di incrociarmi con Lanfranco Colombo e con le sue attività. L’ho conosciuto in RAI, quando io ero un regista televisivo alle prime esperienze e lui un dirigente (credo che si occupasse della vendita dell’acciaio) con vivi interessi artistici - l’immagine, il cinema, naturalmente la fotografia - e sportivi.  Organizzammo e producemmo insieme una trasmissione in due puntate, credo, sullo sci nautico, che fu realizzata in parte in studio e in parte nel bacino dell’Idroscalo.

Poi, si sono accentuati in Lanfranco l’interesse e l’amore per la fotografia, per la sua dimensione estetica, per i suoi valori espressivi.

Fu il direttore di “Popular Photography Italiana”, sulla quale io stesso ebbi l’avventura e l’onore di scrivere, che si trasformò presto ne “il Diaframma Fotografia Italiana”.

Un poco alla volta, la passione per l’immagine prese in lui il sopravvento su qualunque altro tipo di interesse operativo: finì per giocarsi su di essa la vita, rinunciando alla professione “industriale”. Da questa scelta è derivato un fiume dirompente di iniziative: libri, convegni, la galleria “il Diaframma” (poi, in epoca di sponsorizzazioni emergenti, denominata “il Diaframma Kodak Cultura”, mostre, presenze in tutta Italia e all’estero....

Al di là dei fotografi e dei maestri del “click”, credo che Lanfranco sia stata l’unica persona in Italia a dedicarsi a tempo pieno al servizio di questa immagine statica, con l’intenzione di valorizzarne e diffonderne la necessaria iscrizione nell’universo dell’espressione artistica.

Ora che l’Accademia Carrara di Bergamo si è accorta di lui e del suo lavoro, potrebbe considerarsi soddisfatto, gratificato dalla gioia sana che offre il progetto realizzato, il fine conseguito.

Soddisfatto, ma sicuramente non “in pace”: penso a quali programmi starà architettando in questi giorni, a quali idee promozionali starà elaborando, a quali oggetti culturali starà inseguendo.

La fotografia, statica per essenza (anche se coinvolta fin dalle sue origini nei problemi del tempo: della sua rappresentazione e della sua enunciazione), ha trovato in Lanfranco un sostenitore e un animatore dinamicissimo, ricco di gusto, di sensibilità e di determinazione difficilmente scalfibile.

Gianfranco Bettetini

  inizio  
 

Mi domando ogni tanto che cosa cerca Lanfranco Colombo nella fotografia; cioè, come si è verificato questo approdo da parte di un personaggio sicuramente votato a esprimersi in modo creativo e geniale, e nello stesso tempo fornito di una carica operativa e organizzativa - quella che oggi definiamo “capacità manageriale”- a sua volta prodotto di un singolare talento: tutte qualità utilizzabili per le destinazioni più diverse.

Ma forse si è trattato di un approdo fatale. Lanfranco non ha mai è potuto star fermo, stimolato da una curiosità generosa e avventurosa; tutto lo interessava, dei luoghi e degli eventi lo colpivano gli aspetti più forti ma anche quelli minima, l’eccezione e il quotidiano: niente di più naturale dunque che girare il mondo con la macchina fotografica, o cinematografica, a tracolla e raccontare paesi ed episodi nel momento in cui venivano registrati. Il suo tono interpretativo non è mai stato lirico; nutrito della lezione surrealista assorbita in gioventù, egli predilige un’asciuttezza drammatica o, per converso, l’allegra ironia; non per nulla tra le sue esperienze giovanili c’è la fondazione del salone del fumetto di Bordighera.

Il decennio che vede l’affermazione della Pop Art è quello che gli consente, nel particolare interesse per il confronto realtà-fotografia, arte-fotografia, di polarizzare la propria attenzione sui modi, i sistemi e le personalità del mondo fotografico, dalle esperienze di studio al reportage.

Da questo momento Lanfranco è l’animatore di mostre e manifestazioni su questi temi, l’autore e il coautore di libri e articoli, il sostenitore di talenti. Ma è sempre lui, appunto: creativo anche quando riconosce e promuove le attività degli altri, insieme fantasioso e concreto. La fotografia che è l’archiviazione del transeunte ma insieme la sua sublimazione, è l’incorporeo terreno della sua esuberante fisicità.

Rossana Bossagli

  inizio  
 

Il “Grande Untore” dovremmo qualificare Lanfranco Colombo: dove passa lascia una bava di malia che segna e infetta. Il malcapitato che rimanga invischiato nelle trame delle luciferine sue lusinghe, dei subdoli coinvolgimenti, degli ambigui ammiccamenti, cade in fulmineo deliquio di cui ne avrà fino alla fine dei suoi giorni.

I sintomi subitanei dell’infezione: perdita di ogni interesse che non sia per la camera oscura ed i suoi manufatti.

Mostre, concorsi, collettive, portfolii, work-shops, raffronti, confronti, diplomi, coppe, trofei, segnano le tappe di una via crucis che conduce comunque il malcapitato a dare inverecondo spettacolo di sé.

A questo gioco perverso nei confronti degli amici Lanfranco si è dedicato da decenni, in terre dai climi torridi come in quelli glaciali, con una qualche preferenza per quelli temperati. Recidivo e impunito.

Questo anche perché nel panorama della fotografia, come in quello cosmico, c’è  chi è fatto di materia solida e chi gassosa, chi risplende di luce propria e chi riflessa, chi è stessa e chi satellite, e chi semplice meteorite.

Lanfranco non sembra fatto di vile materia terrestre ma sia da ascrivere piuttosto ad una di quelle cosmiche categorie, anche se incerti siano ancora gli elementi di cui è composto, quale sia la forza che lo sospinge nel suo diuturno moto, da dove sia partito e dove mai sia la meta alla quale intenda giungere.

La similitudine più prossima è forse quella con la cometa che, inafferrabile, attraversa lo stellato. Quando appare, mai inosservata, seguita perennemente da una lunga “coda”, sorprende sempre e accende la notte più notte. Eccola.... ed è già passata: chissà ora dove mai si è cacciata.

Piergiorgio Branzi

  inizio  
 

Negli ultimi 25 anni il nome di Lanfranco Colombo ha rappresentato per me l’energia irrefrenabile di una cascata, la forza dirompente di un vulcano, la stretta di mano calorosa di un amico, e un profondo amore per la fotografia.

Lanfranco, il collaudatore di molti progetti. Ha iniziato con l’esposizione “The Concerned Photographer”, ha pubblicato le opere di mio fratello Robert Capa e, con tutto il suo entusiasmo, fornisce la sua preziosa consulenza ai progetti del Centro [Internazionale di Fotografia].

Il mondo della Fotografia ha senza dubbio un grande debito nei confronti di Lanfranco Colombo.

Cornell Capa

  inizio  
 

Ad alcune persone che hanno avuto e hanno con lui rapporti di amicizia e di lavoro Lanfranco Colombo ha domandato di scrivere una testimonianza su di lui.

Lo faccio con molta gioia e, ahimè, con insufficiente documentazione: infatti per parlare di lui ci vorrebbe la consulenza di un vulcanologo molto aggiornato.

Non avendo sottomano, mi limito a dedicargli poche righe ricordando, innanzitutto la sua straordinaria attenzione a tutto ciò che accade. D’accordo, la sua passione e i suoi interessi sono rivolti soprattutto alla fotografia - ed è ai fotografi che lui ha dedicato e dedica tutto sé stesso.

Ma non perde di vista pittori e musicisti e letterati.

Perciò è ben difficile dire chi è Lanfranco, impossibile appiccicargli un’etichetta. Lo incontri alle mostre, lo saluti qualche volta per la strada, e ti ricorda episodi che magari hai dimenticato. Fino a un paio d’anni fa, tutte le volte che ci vedevamo mi parlava di mia sorella (che un tempo faceva la fotografa); ora mi parla di Valentina, mia figlia, che fa la giornalista ed è specializzata in fotografia.

Poi ha cercato dei convincermi che sono un fotografo anch’io.  Non c’è riuscito, ma ce l’ha fatta a farmi partecipare ad una mostra di fotografia, e ce l’ha fatta a farmi illudere che queste immagini sono quadri fatti con la macchina fotografica.

Insomma, c’è un tocco di magia che ribolle in tutta la sua biografia carica di eventi internazionali. Lanfranco è un affascinante poeta travestito da manager milanese.

Eugenio Carmi

  inizio  
 

Caro Lanfranco,

che gioia venire a sapere del coronamento dell’opera alla quale ti sei dedicato per tanti anni, e quanti di noi ti devono la loro consacrazione.

Non sono sicuro di avere un tuo ritratto quando ci offrivi spaghetti al tartufo bianco.

Se l’ho, te lo invierò certamente.

Henri Cartier-Bresson

  inizio  
 

Non ho mai “scattato” qualche volta, per amore, ma l’immagine era della “macchina” (altrui), non opero il duraturo: parola scritta, suono registrato, colore dipinto .... ma vedo e odo.

Lanfranco Colombo mi ha fatto vedere, lui solo con questa vastità e continuità (a Milano), immagini del e dal mondo, ha reso i miei occhi più recettivi e penetranti, mi ha fatto più civile, o politico.

Ha corso il mondo, da fotografo, da pratico e da teorico dell’immagine, da ideatore, organizzatore, finanziatore di mostre, con lungo studio e grande amore che lo rendono il primo (a Milano) e con scrittura profonda e chiara che non ha, mi pare, molte pari in questo campo, ha raccolto e selezionato molto del meglio fotografico, si è identificato con la sua opera, come solo chi ama.

Nella marea dilagante, oceanica, di parole immagini segni stravolti nell’insignificanza per misera demente ripetizione, armi tossiche in mano a bambini che narcotizzano il tempo del pensiero, occorre resistere, fuori moda, in un altro mondo, sulle barriere del silenzio e dell’immobilità, in centri appartati, inapparenti, implosivi, lontano dal sorriso ebete del successo, solo da concentrazioni assolute, senza scadenze e compensi, nascerà il metodo nuovo di cui il mondo ha bisogno, il logos per reggere il nostro futuro.

Lanfranco Colombo, fra pochissimi, lo ha almeno intravisto.  Di carattere difficile, come spesso chi ne ha, è stato (ed è) mal tollerato, il suo operare non è stato (e non è) mai accomodato, ma promotore, molti rivi sono confluiti nel suo crogiolo, a fare un personaggio unitario e complesso, di riferimento e di irradiazione. E’ stato, fra l’altro, critico teatrale, ha scritto di grandi attori: Ermete Zacconi, Emma Grammatica, Ruggero Ruggeri, Dina Galli.... ma parlò, ricordo, del primo Grotowski italiano, “Il principe costante”, Festival di Spoleto 1967: “mi è servito per crescere, una lezione” ha lodato attrici, a me care: Teresita Fabris e Luigina Donzelli. C’è in lui indomita passione e tenacia operativa, e un’ansia, intatta dal tempo e dalla fatica, di trasmettere ciò che ha e fa, proiezione di sé e anche bene comune,  Una figura che resta, dopo una vita intera, tesa e coerente (a Milano), la lode e l’onore del coronamento sono della gloriosa Accademia Carrara di Bergamo, nell’aria alta e ventilata dell’acropoli lombardo-veneta, la bellissima, silenziosa “città dei Tassi”.

Toni Comello

  inizio  
 

La passione di Lanfranco Colombo per la fotografia nasce in una temperie di forte impegno cultural-sociale quale fu quella degli anni Cinquanta e prende fisionomia nei decenni successivi scandendone le variazioni e gli intenti.

Immagini - quelle fotografiche - legate alla letteratura, alla scrittura e al fotogiornalismo degli esordi quanto al fertile humus della cinematografia.

L’interesse per il medium fotografico assume nel tempo valenza esclusiva, riafferma perentoriamente che “una foto vale mille parole”.

Ma - e in questo senso “il Diaframma” assume a ritroso significato essenziale - il tempo muta e trasforma il linguaggio in funzione e delle ideologie e delle tecnologie; altrettanto l’immagine fotografica slitta da un terreno di estrema significazione/connotazione a quello di pura essenza contemplativa che si immette nel territorio dell’arte.

Che una struttura museale quale l’Accademia Carrara di Bergamo abbia accolto il senso di un patrimonio composito, costituito con inarrestabile ricerca, cogliendone la tensione verso il futuro da collegare alle attività propositive della propria Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, costituisce non solo il conferimento ufficiale di un merito dovuto; indica al contempo quell’allargamento di interesse del contemporaneo all’immagine fotografica che fino ad oggi non ha registrato in Italia altre reali affermazioni.

Mi piace qui d’altro canto ricordare come il bagaglio di immagini che ogni studioso di arte contemporanea italiano porta con sé abbia in Lanfranco Colombo uno dei primari referenti.

Federica Di Castro

  inizio  
 

Buon viaggio, caro Lanfranco, per questo evento. Te lo dico con affetto ormai da trent’anni, in occasione di ogni “arrivederci” dopo i nostri incontri a “Gens d’Images” a Porquerolles (che meravigliosi ricordi: Crocenzi, Padre Fleuret, Geneviève Dieuzeide, Albert Plécy, e tanti altri...), alla Photokina, ad Arles, ovunque ci incontriamo sulla strada ancora mal lastricata della fotografia e dove spesso mi comunichi, con voce ferma e convinta, che ti stai per lanciare in una nuova impresa.

Eccoti dunque su un’altra orbita, partito per un’avventura seria e saggia: la fondazione della prima Accademia della Fotografia in Italia! E perché no? E’ un’idea nobile e grande, un’idea responsabile, opportuna. La fotografia è in se stessa una scuola. Denis Brihat, io stesso e molti altri non esitiamo a dire che è la nostra università. E’ indispensabile a tutte le professioni. E’ la vita. Senza dubbio sari il primo a lanciare questa idea in Europa, perché, che mi risulti, non ne esistono ancora.... Questo verrà necessariamente di conseguenza.

Non esistevano nemmeno gallerie fotografiche permanenti private quando, più di un quarto di secolo fa, tu hai aperto la prima di esse nel nostro continente, la Galleria “Il Diaframma”, con annessa libreria. Grazie a te e con l’aiuto della tua bella e dinamica collaboratrice, Lucilla Clerici, siamo stati i primi a beneficiare delle opere di fotografi sconosciuti.

Hai messo in piedi subito dopo l’importante sezione culturale in seno al SICOF di Milano (parallelo alla Photokina di Colonia e al SITI di Parigi), che non cessi di animare anche dopo una trentina di esposizioni, permettendo ogni volta di scoprire altri giovani talenti.

Ecco perché io saluto in te, con tutto il rispetto del mio essere guascone, il pioniere appassionato, il precursore che porta sempre più lontano la strada della sua giovane e vivace amica, per non dire amante, “Donna Fotografia”. Non parlo di quella che io qualifico come “falsa parente”, che si proclama innovatrice e per questo fatto pretenziosa, arrogante, irriverente e che ha soltanto l’abbreviazione mondana “expo-photo” in bocca!  No, io penso a quella vera, misteriosa, elegante, profonda, adorna di luce - di sicuro non quella del lampo del flash - ma quella di cui parla la “Genesi”, che fu creata il primo giorno, e che nemmeno i più grandi sapienti sanno sempre cos’è! Quella che, rifugiandosi in camera oscura, senza nemmeno sapere come e perché, si trasforma in “fotografa”, cioè etimologicamente, in scrittura.

Essa merita senz’altro un’Accademia. Bravo Lanfranco... e per di più nella bella città di Bergamo!

Grazie del tuo impegno energico, una volta di più, e non dimenticare di riferire in questa occasione alla tua amante “Donna Fotografia” tutto l’amore che sento e che condivido con te... se tu lo permetti!

Jean Dieuzaide

  inizio  
 

Vi sono Personaggi di qualità che sono difficili da configurare perché si corre il rischio di incensarli troppo, tant’è che parallelamente alle esaltanti prerogative corre l’obbligo di indicare anche qualche limite, coabitante - per fortuna - con le virtù e che insieme lo rendono umanamente di valore.

Lanfranco Colombo d’autorità rientra nel novero di questi signori che, pagando, anche di persona, hanno avuto la bella soddisfazione di avere avuto ragione delle proprie idee per cui è valsa la pena essere stati determinanti e trainanti.

Che cosa, infatti, non ha affatto Lanfranco Colombo per  divulgare, ovunque ne valesse la pena e sempre a livello professionale, “il pianeta fotografia”, ancora oggi in fase di crescente credibilità ed espansione. Oltre ad importare e far conoscere protagonisti e maestri già famosi nel mondo, ha  stimolato la nascita e l’affermarsi di nuovi talenti scrivendo ed organizzando loro personali e collettive sui temi del ritratto, del paesaggio, degli interni, privilegiando sempre e comunque la qualità e la ricerca. I risultati balzano agli occhi in modo evidente se viene esaminato il panorama della fotografia di oggi  con quello di venticinque anni fa, in questa escalation, incalzata anche dalla industria del settore e dalla sempre maggiore diffusione del mezzo, il suo contributo non è stato certo secondario ed il suo apporto competente ed appassionato si è sempre evidenziato nelle maggiori manifestazioni dove la fotografia costituiva lo specifico, oppure figurava come espressività alla pari delle arti plastiche e figurative tradizionali.

Una faticaccia che dura da cinque lustri e che non gli ha precluso di farsi coinvolgere e di proporsi come fotografo; ed è in questa veste che ho ritenuto ospitarlo recentemente alla Galleria della Fotografia nell’ambito dell’attività di informazione artistica di Palazzo dei Diamanti e giuro che non  è stata una gratificazione, anzi, un doveroso e meritato riconoscimento.

Franco Farina

  inizio  
 

Una sera di ottobre abbiamo cenato insieme a Milano, io, Lanfranco Colombo e sua moglie Gioia, nel loro splendido appartamento, abbellito da una serie di magnifiche fotografie scattate da autori di tutto il mondo. Fu in occasione del SICOF 1973, di cui Lanfranco Colombo era lo “spiritus agens” e dove io avevo portato su sua richiesta la mostra del grande classico ceco d’inizio secolo - Frantisek Drtikol.  Si trattava della prima mostra di questo autore all’estero, dopo quattro decenni di oblio, e ciò è stato possibile grazie all’iniziativa di Lanfranco Colombo che, secondo le sue abitudini e la sua natura, manifestava nei confronti della fotografia un raro gusto critico e un senso della qualità. Sapeva trovare e mostrare spesso con molto anticipo gli aspetti importanti per la storia e l’evoluzione della fotografia e l’opera di valore prima ancora che fosse riconosciuta pubblicamente e universalmente ammirata. Il suo temperamento, il suo fascino e la sua energia erano completamente al servizio dell’arte fotografica, con un entusiasmo e una capacità di azione sorprendenti. Naturalmente ci siamo incontrati più volte anche prima di quella sera, durante gli anni ’60 a Praga, quando Lanfranco Colombo vi soggiornò per delle ricerche e degli studi alla scoperta e conoscenza della fotografia ceca classica / Sudek, Funke, Drtikol / e contemporanea. Il suo nome mi era noto per la sua attività nelle riviste fotografiche e nella galleria “il Diaframma” che egli stesso aveva creato e che animava Via Brera, e della quale seguivo il programma.

Durante quel soggiorno in Italia ho visitato ed ammirato quei luoghi per la prima volta, martedì 6 novembre 1973, in occasione di una inaugurazione - sono passati quasi vent’anni....

Anna Farova

  inizio  
 

La passione della fotografia anima Lanfranco Colombo dall’adolescenza, e si è manifestata fin dai primi anni ’60, allorché egli creò assieme a Luigi Crocenzi il primo Centro della fotografia italiana e partecipò alla riunione di “Gens d’Images”, nel 1966, a Porquerolles, che gettò le basi per una riflessione europea comune, al fine di far riconoscere l’importanza intrinseca della fotografia.  Il 14 aprile 1967 Lanfranco Colombo apre la sua galleria, al n.10 di Via Brera, nel quartiere in cui, all’ombra dell’Accademia di Belle Arti, Milano ha ormai da lungo tempo l’abitudine di parlare della rappresentazione visiva. Nel 1986,  “il Diaframma” cambia indirizzo, trasferendosi al civico 16 della stessa via. Bisogna comunque precisare che, in precedenza, Lanfranco Colombo aveva organizzato nel 1966 la retrospettiva italiana dedicata a Henri Cartier-Bresson al PAC di Milano, che favorì una presa di coscienza, suscitando nel contempo un enorme interesse di pubblico.

Nel corso dei venticinque anni di vita de “Il Diaframma”, Lanfranco Colombo non ha soltanto esposto la maggior parte dei grandi fotografi a livello mondiale, ma ha fornito la possibilità di emergere a debuttanti oggi celebri. Dei fotografi italiani, per non citare altri, nessuno è stato ignorato e tutti sono d’accordo nel riconoscere l’influenza avuta da Lanfranco Colombo sullo sviluppo successivo della loro carriera, ma anche il ruolo da lui avuto nel grande dibattito sul riconoscimento della fotografia come modo essenziale dell’espressione contemporanea.

Prima del suo impegno, Milano non si curava affatto della storia della fotografia nel mondo, né a maggior ragione l’Italia, in cui tuttavia essa è prosperata fin dagli inizi. Nessuna riflessione critica, nessun confronto, nessun libro. Lanfranco Colombo non ha mai cessato di illustrare ai pubblici poteri l’importanza di un archivio e la necessità di enti specializzati nella conservazione e nel restauro. Per condurre a buon fine la propria dimostrazione, egli non ha lesinato né sforzi, né generosità. Dirigente industriale dell’acciaio, Lanfranco Colombo ha dedicato le sue risorse alla promozione della fotografia, senza mai cessare di reclamare l’apertura di spazi pubblici, ed è stato finalmente capito dall’Accademia Carrara di Bergamo, che ha  accolto una donazione importante fatta dai fotografi italiani in occasione delle “nozze d’argento” della Galleria “il Diaframma”. In precedenza, Lanfranco Colombo aveva donato una parte importante della propria collezione personale a Parma.  Infaticabile entusiasta, Lanfranco Colombo è sempre attivo nel promuovere e far nascere ricerche. Vi sono naturalmente degli spiriti pessimisti che gli rinfacciano il suo impeto, senza il quale, tuttavia, la fotografia italiana non sarebbe divenuta quello che è ora. E non vi sarebbe questa generosa presenza, nata da oltre cento esposizioni. Io ho imparato molto consultando i suoi archivi e la straordinaria collezione da lui raccolta, per non parlare delle riviste e dei libri pubblicati, o delle numerose manifestazioni realizzate al di fuori della galleria.

Sono molti anni che conosco Lanfranco Colombo, e la sua battaglia a favore di un riconoscimento ufficiale della fotografia in nome del patrimonio e della creazione contemporanea. E’ un militante che io associo a Cornell Capa, attivo da molto tempo negli Stati Uniti, e a Rosellina Bischof-Burri, che ci ha lasciato nel 1986, ma il cui ricordo rimane indelebile in tutti coloro che hanno avuto il privilegio di lavorare con  lei, a Zurigo e altrove, Lanfranco Colombo appartiene a questo gruppo  solidale, e non manca mai di ricordarlo. E’ anche uno dei nostri punti comuni.

Cherles-Henri Favrod

  inizio  
 

A quanti vogliono indicare caratteristiche diverse fra la gente del nord e quella del sud, io voglio dare una mano d’aiuto mostrando, come esempio, quella che corre fra Lanfranco Colombo del nord e me del sud - amici da più di trent’anni. Io avveduto, quadrato, lungimirante, efficiente, tenace, guardingo, manager di me stesso, attento alle scelte, alle collaborazioni, nei contatti, poco incline al paternalismo e alle facili amicizie. Io le migliori caratteristiche del nord, mentre Lanfranco Colombo le ha del sud: un po’ credulone, spericolato, entusiasta di ogni cosa che commuova, di ogni segno di bontà, di generosità, di ardimento, di onestà.  Di fregature ne ha prese più di un qualunque ingenuo e disorientato meridionale. Ma ha avuto l’angelo, il famoso angelo dei galantuomini e degli spericolati che lo ha salvato sulle strade, a velocità pazzesche, sugli sci da neve, e nautiche e sulle mille strade pericolose percorse col massimo entusiasmo.

Lanfranco Colombo, al di là delle differenti  caratteristiche che lo collocano al mio opposto, avrebbe potuto fare il cavaliere errante, il capitano di ventura o il sollevatore di pesi, colla stessa disinvoltura con cui altri fanno le cose più normali.  Se dovessi consigliare qualcuno che volesse conoscerlo, meglio e di più di quello che può offrirgli il suo nutritissimo curriculum, direi di provare a fargli la propria amicizia perché ne ricaverebbe la più poetica esperienza della sua vita con il ritorno dell’amicizia di Lanfranco che io giudico unica al mondo.

Salvatore Fiume

  inizio  
 

La galleria “il Diaframma” è qualcosa di più di una galleria. E’ un luogo d’incontro, un luogo di scoperta. Quanti sono i grandi fotografi che sono passati di lì? Quanti sono i giovani fotografi che vi hanno “esordito” con una prima mostra? Quante volte ci si è lì riuniti a discutere - artisti e tecnici e critici e animatori, “addetti ai lavori” e semplici cultori - di fotografia e arte, di fotografia e realtà, di fotografia e mercato, di fotografia e letteratura? Perfino durante il carnevalesco bailamme degli anni Ottanta, nelle salette de “il Diaframma” circolava aria, passava una tensione, si espandeva una luce - quella delle immagini fotografiche, essenza di un’arte, e quella di una volontà di apertura, di uno spalancarsi al mondo per il tramite della fotografia. Tutto questo lo dobbiamo a Colombo, ostinato irritante abile “esperto” e insieme “dilettante”, mediatore indispensabile e dotato di un fiuto d’eccezione per il talento e per il nuovo.

Di persone così l’arte italiana ha, in assoluto, bisogno; di persone così competenti, ardimentose, capaci di “produrre” entusiasmo, ce ne sono in giro proprio poche.

Goffredo Fofi

  inizio  
 

Una volta - ho quasi vergogna a dire, come è vero: “trent’anni fa”, perché la misura del tempo fissata negli anni è eguale per tutti ben più della legge e costringe a non ingannarsi sui propri confini - una volta, non rammento in che circostanza, Lanfranco Colombo mi chiese di prefare una sua scelta di foto; e lo feci molto volentieri, sia perché avevo perso il lavoro e per campare cercavo assegni circolari sia perché mi piaceva la descrizione di immagini come sottogenere letterario; anche se in seguito non l’ho praticato quasi mai.

In un libro dal titolo proustiano (La camera chiara) e con la sua triste lucidità, su quel genere Roland Barthes ebbe a riflettere anni più tardi.

Le foto erano immagini di terre, edifici ed esseri umani del Vicino Oriente: Una parte del mondo che fin da allora era esemplare di un rapporto di fortissimo contenuto allegorico: il petrolio e la miseria. Più forte del tradizionale e ottocentesco rapporto di colonizzatore e colonizzato.

Era allora il tempo fra la guerra d’Algeria e quella del Vietnam. Una parte dei miei connazionali cominciava a  capire qualcosa che pochi anni dopo avrebbe sovvertito la favola di ogni miracoloso progressismo indolore. Leggevamo Fanon sulla rivolta dei neri e cominciavamo a distinguere il  senso del conflitto che opponeva i cinesi ai sovietici.

Nell’ordine delle “visioni del mondo”, per noi il conflitto era fra lo strutturalismo, esemplato da Lévi Strauss - che mirava a stabilire l’unità categoriale dell’uomo, sia che appartenesse alle società “fredde” ossia “primitive” sia che vivesse nelle società “calde” o “storiche”, le nostre - e l’antropologia di origine marxiana, nella versione di Sartre, che affermava irriducibili le singolarità (l’Ebreo, la Donna, il Negro, il Proletario) tuttavia inserendole subito in una serie di mediazioni e di totalizzazioni, onde ogni singolarità avrebbe diritto storico di esistenza solo in un suo sormontarsi verso l’Altro-da-Sé.

Di qui la scrittura concitata e appena sopra-le-righe di quella mia introduzione. Perché non dire che rileggendola dopo  trent’anni sono abbastanza contento della “tenuta”?  Victrix deis causa placuit sed victa Catoni. Ma non sono (neanche vorrei essere) l’Uticense né la causa è sconfitta come sembra agli ingenui né gli dei se ne occupano troppo. E le foto di Lanfranco Colombo, anch’esse, e come, tengono! Segno che la storia va sempre troppo svelta e troppo lenta. Quelle luci, quelle pupille, quella minacciante e implacabile giustizia dell’impotenza e degli sconfitti; ma abbiamo imparato a conoscerla in metà del mondo, da Teberan a Sarajevo, passando per Managua Timor Gaza Johannesburg Los Angeles e - ma sì - Palermo. Velocità, lentezza. Un’altra citazione? “Com’è lenta la vita. - E com’è violenta la speranza”.

Franco Fortini

  inizio  
 

Mio caro Lanfranco,
ti auguro innanzi tutto di godere di buona salute e poi che si realizzino i tuoi desideri, per quanto riguarda la fotografia. Il tuo amore per la fotografia, da più di tre decenni ha aiutato più d’un fotografo, oggi celebre. Tu appartieni alla schiera di coloro grazie ai quali la fotografia viene riconosciuta come arte nel mondo intero. E tutto questo tu l’hai fatto senza alcun tornaconto. Non posso che apprezzare che tu riesca ancora  a realizzare i tuoi desideri attuali e che tu abbia scoperto in Italia grandi fotografi, come Giacomelli, che ora sono celebri.

Nella speranza che i tuoi desideri si realizzino, ti mando un forte abbraccio e tutta la mia amicizia.

Gisèle Freund

  inizio  
 

Vedo che Lanfranco Colombo ha sempre trent’anni, il suo entusiasmo è assoluto, convincente, grandangolare, con un’apertura straordinaria su tutto quello che riguarda il segno nuovo chiaroscurato di cultura esistente e di storia futura. Siamo diventati amici quando fondati Linus e devo parte del mio coraggio anche alla sua insistente curiosità, al  suo saper organizzare riunioni, incontri, cene, sempre lì a pungolare, ad ascoltare e suggerire come se in ogni momento stesse caricando un motorino. Ci acciuffava, io, Eco, Rino Albertarelli, Forest, Topor e molti altri spesso nella sua casa ricca di Fiume alle pareti o in quel ristorante dietro il Diana, solo per passare sotto gli affreschi Liberty di via Pisacane.

Un amico sempre disinteressato e carissimo, se per amico si può considerare un vulcano.

Giovanni Gandini

  inizio  
 

25 anni di mostre fotografiche presso la tua Galleria “il Diaframma” di Milano devono essere senz’altro un risultato di grande gioia e soddisfazione per te.

Al giorno d’oggi esistono centinaia di gallerie fotografiche in tutto il mondo, ma tu sei stato un pioniere in Europa, colui che ha messo in pratica su una base squisitamente personale quanto io stesso avevo ventilato a livello nazionale in “The Times” nel 1952.  Nello stesso memorandum avevo avanzato l’idea della costituzione di una Collezione Nazionale di Fotografia, realizzata in parte in Gran Bretagna 10 anni fa dal Museo della Fotografia, del Cinema e della Televisione di Bradford. In Francia la stessa funzione è svolta in modo eccellente dal Musée Nicéphore Niépce di Chalon-sur-Saône, mentre in Germania, a Monaco, vi è il Photomuseum.

Mi riempie di grande gioia il fatto che una raccolta di tal genere venga ora fondata anche in Italia, presso l’Accademia Carrara di Bergamo, grazie al dono generoso della tua collezione.

Hai avuto una parte importante, Lanfranco, nella realizzazione del sogno dell’immaginario. Culliamo pure la speranza che anche altre città italiane possano seguire l’esempio, perché, se non ricordo male, negli ultimi venti anni hai presentato centinaia di immagini importanti all’Università di Parma per la costituzione di un  Museo della Fotografia che tuttavia non è ancora stato realizzato. I miei migliori auguri, dunque, per lo sviluppo futuro e la crescita di questo progetto nascente.

Helmut Gernsheim

  inizio  
 

Caro Colombo, mi è parso avvertire questa mattina, nella posizione di amico, il bisogno di tirare sassate al mio cervello per fargli intendere quanto affetto mi lega a te e suonare le corde dei ricordi per alzare emozioni verso il saggio Maestro, esploratore e promotore della fotografia quale sei.

Il tuo spirito, la tua coscienza, la tua passione sono stati per me, sotto il silenzioso cielo, insegnamento, costanza e fedeltà nel cammino come fotografo anche se, a volte, le idee si scontravano.  Non so come esprimermi. Dicono che è più facile scrivere che cancellare, ma non mi riesce né l’uno né l’altro e concludo vivendo in quest’attimo le tue e le mie emozioni, l’accento e il tono di questa occasione per la celebrazione dei tuoi 25 anni di attività della Galleria “il Diaframma”. Mi hai scritto “una mezza pagina del mio Mario famoso mi farà felice, ci conto”. Io ho provato!...

Mario Giacomelli

  inizio  
 

Scrivo malvolentieri questa mia modesta testimonianza sui trent’anni di vita che Lanfranco Colombo ha dedicato alla cultura fotografica, non perché non sia vero e non lo apprezzi, ma perché gli voglio bene e sono superstizioso per ne come per gli altri.

Inevitabilmente questi brevi testi agiografici sembrano “coccodrilli” e i “coccodrilli”, come sa Lanfranco e tutti quelli che lavorano nei giornali, sono i pezzulli celebrativi scritti in anticipo e conservati in archivio, per essere pronti da mettere in pagina quando, nel cuor della notte e con il quotidiano già in macchina, arriva la triste notizia della scomparsa di un gran personaggio. In quanto all’importanza che ha avuto Colombo per quella che oggi è la cronaca e sarà domani la storia della fotografia italiana, per dirlo nel modo meno coccodrillesco possibile userò una metafora del grande Chicot, l’allegro cavaliere del re Enricuccio di Francia: la fotografia italiana è una lanterna dove Lanfranco è la candela accesa. Ora, davvero, non so quanti sono d’accordo con questo parere, e forse non pochi saranno a pensare che scherzo. Ma è un fatto che nel gioco delle associazioni semantiche, se uno mi dice fotografia io penso Colombo. Dipende anche dal fatto che ci conosciamo da più di vent’anni, e tutte le volte che ci siamo incontrati fu sempre in mezzo a tante fotografie. E poi dipende pure dal fatto che gli sono grato perché Colombo ha sempre compiuto ogni sforzo per tenermi lontano dalla “sua” fotografia: proprio come un gran sacerdote tiene lontano il peggiore degli atei dall’oggetto della sua fede profonda.

Perché  Lanfranco Colombo che la Fotografia sia un’Arte lo crede davvero.

Io no, nemmeno per fare piacere a un grande amico come Lanfranco Colombo.

Ando Gilardi

  inizio  
 

Conosco Lanfranco Colombo dall’inizio degli anni ’60 e ne ho sempre ammirato lo sforzo incessante a favore della missione culturale della fotografia, concretizzato nella sua Galleria “il Diaframma”, dove ha presentato le opere di fotografi famosi e sconosciuti in modo degno di lode.

Ha inoltre dato prova delle sue brillanti capacità allestendo le mostre fotografiche del SICOF, che hanno abbracciato tutti i temi del mezzo. Anche le sue numerose ed eccellenti pubblicazioni sono una testimonianza del suo talento nella promozione generosa delle immagini fotografiche.

A livello internazionale, Lanfranco Colombo è conosciuto come il maggiore esperto, promotore e spirito creativo italiano, fautore degli aspetti culturali della fotografia. Rendo dunque omaggio alla sua esposizione presso l’Accademia Carrara e saluto con  piacere la saggia decisione dell’Accademia di riconoscere, e includere, la Fotografia come una degna espressione dell’arte. Una simbiosi di eccezionale fecondità, alla quale rivolgo i miei migliori auguri per il futuro.

Fritz Gruber

  inizio  
 

Caro Lanfranco,
“quae tuo, quae tibi reddam pro carmine dona?” scrive Virgilio. E il tuo “carmen” è stato un lavoro lungo, tenace, acuto, per dissodare l’intelligenza e la cultura italiana in un campo, la fotografia, che vecchi malintesi crocianesimi intendevano minore, strumentale: incapace, appunto, di “carmen”. Appartengo alla generazione che, volendo occuparsi d’arte, si beveva le copie di “Popular Photography” e non perdeva nessuna mostra in via Brera (ero anche un po’ innamorato di Lucilla...). Ho concepito, come tutti, il mito di Capa e di Cartier-Bresson; poi hai fatto in modo che io, ragazzino, potessi entrare in studi come quelli di Berengo Gardin, Lotti, De Biasi, e di giovani leoni come Pino e Toscani, ed era meglio che andare alle lezioni dell’università.

Mi hai aiutato a comprendere la faccenda della disciplina e della creatività, dell’invenzione e della professione (e questo vale anche per tutte le altre arti), e che la partita ardua della specificità del linguaggio non si doveva lasciare solo alle parole spocchiose dei teorici: sono riuscito a farti perdere, ricordo, anche alcune ore preziose una vigilia di Natale.

Roba da matti: ma anche in queste mattane mi sento un po’ un tuo adepto.

Scusami, Lanfranco, queste testimonianze puzzano sempre un po’ d’incenso. Ma in questo campo, anche a esser laici, se non si brucia un po’ d’incenso per te, davvero non c’è più religione.

Flaminio Gualdoni

  inizio  
 

E’ difficile condensare in una pagina dattiloscritta la memoria di una stagione gloriosa, o forse era soltanto di entusiasmi e pertanto inconsciamente felice, vissuta fianco a fianco. Ho cominciato a lavorare con Lanfranco, come Art Director di Scinautico nel 1960. Ma ci conoscevamo da vent’anni o più.

Milano allora era una città grande e pulita, piena almeno di idee se non proprio ideali. Comunque ancora un terreno dove ideali e idee potevano attecchire se si possedeva la testardaggine necessaria.

Scinautico è stata una specie di competizione, non solo sportiva, durata cinque anni.

Poi abbiamo affrontato le edizioni del Diaframma realizzando, sotto la guida attenta di Luigi Crocenzi, due volumi che restano esemplari nella storia del montaggio fotografico.

Infine nel 1966 è arrivata “Popular Photography Italiana” che sarebbe poco generoso definire unicamente una rivista fotografica essendo stata, più di ogni altra, una pubblicazione di cultura dell’immagine.

La Galleria “il Diaframma” nasceva nel 67, evidentemente legata alla rivista che Lanfranco dirigeva, ma in un certo senso autonoma nelle sue scelte più coraggiose e nei primi cataloghi che rappresentavano una nuova iniziativa editoriale. La nostra avventura culturale, se così possiamo definire il nostro procedere tempestoso tra incontri e scontri, terminava molti anni dopo con la pubblicazione del “Diaframma”, questa sì rivista fotografica che parlava solo attraverso le proprie immagini. Forse perché tutto quello che si voleva dire era già stato scritto a sufficienza e comunque perché, per merito di Lanfranco, la fotografia aveva saputo conquistarsi un giusto spazio di attenzione anche in Italia.

La galleria vive ancora in Via Brera, anche se la città è tanto cambiata e attorno c’è molto meno voglia di proporre idee o di battersi per ideali, ma il creatore di questo bellissimo spazio, non soltanto milanese, è rimasto dopo venticinque anni di sogni e realizzazioni il ragazzo di sempre, quello di una felice stagione all’Idroscalo pavesato di bandiere nel vento.

Giancarlo Iliprandi

  inizio  
 

Quando ho fatto il  mio ingresso nel mondo della fotografia, all’inizio degli anni ’70, Lanfranco Colombo mi è apparso come un pioniere. Di quelli che fanno arretrare la boscaglia e la foresta, da soli, con gran fatica, e che se ne vanno non appena cominciano ad arrivare i quieti coltivatori e gli enti ufficiali.

Poi, quando l’ho conosciuto meglio, Lanfranco mi è parso anche un innamorato. Innamorato della fotografia, naturalmente. Ma veramente “innamorato”, non soltanto “interessato”, più che “appassionato”, puramente “innamorato”. Riprendendo una famosa battuta di Sacha Guitry, si potrebbe dire: “Ma voi amate questa donna: la fotografia. Ammettetelo, signor Colombo.”  E Colombo di rimando, rassegnato: “Peggio: ne sono innamorato!”

E quando dico “innamorato”, intendo dire che si tratta di un amore completo, un amore carnale. Colombo ama carnalmente la fotografia. E’ la sua debolezza... è la sua fortuna... in breve, è la sua grandezza. Con “amore carnale” intendo dire che Lanfranco Colombo non ama soltanto la fotografia per quello a cui essa serve, non soltanto per i risultati artistici; egli l’ama per quello che è, nella sua realtà misteriosa e sempre riproposta apparizione ottico-chimica. Ogni volta, di nuovo, Colombo si stupisce: davanti a lui, per lui, la fotografia rinasce. Ed ogni volta si meraviglia come un uomo innamorato si meraviglia quando volge lo sguardo sulla donna amata, anche se ha una verruca sul naso o le orecchie a sventola.

E poi ho conosciuto meglio Lanfranco Colombo, e ho imparato a capire che è un uomo buono... Ma questo è un sentimento che riguarda solo il mio cuore.

Jean-Claude Lemagny

  inizio  
 

Credo che la recente storia della fotografia italiana, della sua diffusione, della coscienza che una immagine fotografica non sia inferiore ad un disegno o a un quadro, sia molto legata all’attività di Lanfranco Colombo: di lui mi ricordo fin dagli anni ’50 quando con Flavio Costantini, Giorgio Hostivessich, Gianni Baldini e altri amici bazzicavamo per gli scantinati di S.ta Margherita Ligure esponendo stoffe, grafiche, oggetti, ceramiche; ognuno secondo le proprie capacità, anche se le nostre attività non erano all’inizio così ben definite. Costantini non era ancora pittore, né io decisamente scenografo, così come Lanfranco Colombo non era ancora un maestro, un profeta della foto d’arte. Ed è proprio in quegli anni, grazie a Lanfranco che ho scoperto che la fotografia non era solo un’immagine “ricordo”, ma una vera opera d’arte e che con la macchina fotografica ci si poteva esprimere esattamente come con i pastelli, con le tele, con la terracotta. Così ora mi rende molto felice che un museo come l’Accademia Carrara riconosca al pari delle altre arti le opere di quegli artisti che Colombo ha collezionato e scelto in 30 anni di ricerca e di attività e che la sua battaglia incominciata 25 anni fa con l’apertura della galleria “il Diaframma”, la prima al mondo sulla fotografia d’arte, abbia vinto una prima e importantissima tappa. Lanfranco ha aperto la strada a molti giovani talenti e così mi auguro che l’Accademia Carrara con la sua mostra allarghi ancora di più il campo alla conoscenza di questa giovanissima arte, ancora purtroppo non abbastanza nota e studiata.

Emanuele Luzzati

  inizio  
 

Noi tutti dobbiamo essere profondamente grati a chi, come Lanfranco, ha dedicato tanto tempo alla causa della fotografia.

Uno dei nostri incontri che ricordo con maggiore piacere, fra i tanti, ha avuto luogo in  Canada, in un ristorante affacciato sulle Cascate del Niagara. In effetti, le cascate erano state deviate per consentire degli interventi di ripristino, ma dal nostro punto di vista sembrava che qualcuno le avesse chiuse. Mentre parlavamo a lungo delle nostre speranze e delle nostre aspettative relative alla fotografia, proprio dietro la testa di Lanfranco vi era una delle meraviglie naturali del mondo - e una delle più fotografate - spenta e silenziosa.  Non credo in tutta verità che la nostra conversazione abbia ridotto al silenzio questa meraviglia naturale, ma in quel momento mi deliziava l’idea che fosse proprio così.

Si è sempre trattato di un ricordo indelebile per me: di qualcuno che ha manifestato il proprio impegno, mantenendolo inalterato negli anni, e di come una buona conversazione possa far tacere ogni cosa intorno a noi.

Nathan Lyons

  inizio  
 

Perché l’Italia è uno degli ultimi paesi d’Europa ad accorgersi che la fotografia è un’arte? Perché venti e più secoli di pitture, affreschi, mosaici, miniature, libri illustrati, vasi istoriati, troneggiano gloriosi ed orgogliosi sugli animi e sulle menti. Si sono fatti il loro posto, e chi li sloggia più? Dalle pareti delle tombe di Tarquinia ai soffitti delle chiese dei barocchi, dagli amplessi dei lascivi di Pompei ai rigori puritani di Morandi, l’Italia è inchiodata, inchiavardata, crocefissa sul mito della pittura, dell’arte Come si Deve, dell’Arte Consacrata e  Laureata. Che potevi mai fare, misera “meccanica” fotografia? E’ già un miracolo non ti abbiano sterminata sul nascere, e non ti abbiano relegata nelle soffitte nazionali dell’Inutile.  Dunque possiamo dire che ogni fortuna insigne, ogni grande ricchezza, abbiano loro germi di sfortuna e di miseria. D’altra parte tutto ciò può capovolgersi all’improvviso se capita in piazza l’uomo giusto al momento giusto. E l’uomo capitò. Si chiamava Lanfranco Colombo. Lanfranco ebbe un merito immenso: capì. Comprese, ma tanti e poi tanti anni fa, che la fotografia non era un giochetto chimico-prospettico-lenticolare, ma - come ogni attività umana suscettibile di sublimazioni personali - un’arte. Niente a che vedere con la pittura. Prego, dimenticare del tutto l’accostamento balordo. Siamo in un altro universo.

Certo, molti hanno avuto la medesima felice intuizione, anche ieri, anche ieri l’altro. Ma capire non basta, occorre perseverare e, soprattutto, persuadere. Non è facile. Il quadro del mondo nelle teste degli altri si muta con grande, grandissima fatica. Lanfranco ha perseverato, non si è mai dato per vinto, finalmente è riuscito a persuadere, a mutare le convenzioni nelle teste degli altri. E non credete sia stato facile! Conosco Lanfranco da quarant’anni, l’ho seguito passo passo nella sua grande avventura e l’ho visto parecchie volte quasi disperato, sull’orlo di precipizi orridissimi, prossimo all’abbandono. Per nostra fortuna il gran testardo, il santo testardo, non si è lasciato sopraffare, annichilire, rinchiudere in una cantina.

Ed oggi tutti noi possiamo salutare con gioia il suo trionfo. Trionfo valido su due sponde: quello personale, come coronamento della carriera di un amico, e quello impersonale come vittoria giusta di un’idea. Grazie Lanfranco, sei stato grande!”

Fosco Maraini

  inizio  
 

Ho conosciuto Lanfranco Colombo agli inizi degli anni Settanta, ad una sezione culturale - non ricordo quale - del SICOF, a quell’epoca alle sue prime edizioni, e l’ho poi incontrato in numerose occasioni: a mostre, a dibattiti, a seminari e nei luoghi più disparati, dovunque ci spingeva e ci attirava il comune interesse per la fotografia.

In più di venti anni di sporadica frequentazione - malgrado non fossi sempre all’unisono con le scelte da lui operate, ho imparato ad apprezzarne le straordinarie doti di animatore della fotografia nelle quali Lanfranco ha costantemente profuso il meglio della propria indole generosa e del proprio entusiasmo esistenziale.

Oggi, per fortuna, i giovani hanno numerosi punti di riferimento istituzionali, editoriali e culturali per una capillare e continua informazione sulla situazione della fotografia contemporanea e storica, ma ai miei inizi, Lanfranco, in compagnia di un manipolo sparuto, è stato, bisogna riconoscerlo, pioniere e vessillifero della fotografia a noi più vicina.

Questo vero e proprio monopolio della cultura fotografica percorreva e batteva diverse vie che, sovrapponendosi, si sostenevano e si potenziavano a vicenda: l’attività della Galleria il Diaframma - dove sono passati quasi tutti i fotografi italiani che oggi contano, ma anche autori di spicco di altre nazionalità -, la pubblicazione della rivista “Popular Photography Italiana - dove si è formato Angelo Schwarz - e l’appuntamento biennale alla sezione culturale del Sicof.  Come storico della fotografia voglio ricordare in particolare i due numeri speciali di “Critica e Storia della fotografia”, curato da Piero Racanicchi ed editi da “Popular Photography edizione italiana”, volumi preziosissimi ed ora introvabili che, fra i primi in Italia, hanno affrontato, ad un certo livello di studio, autori di conclamata importanza per la storia della fotografia come, fra gli altri, Brady, Cameron, Riis, Atget, Primoli, Stieglitz, Adams, Lange e Capa.

Per questi motivi ho vissuto con totale e pieno coinvolgimento emotivo la serata dedicata a Lanfranco Colombo della città di Arles nell’estate del 1992 ed  è sempre per questi motivi che anche ora, con simpatia, auguro a Lanfranco tutto il bene possibile.

Marina Miraglia

  inizio  
 

Centosettant’anni fa Niépce (Joseph Nicéphore), guardando attraverso una finestra di casa, prese la prima fotografia conosciuta. Lanfranco Colombo ha continuato a tenerla aperta sulla realtà, quella finestra. Sono passati tanti anni che pochi sono in grado di ricordarlo: Colombo è anche un cineasta mancato.

Come molti milanesi della sua generazione, pur avendo cominciato in calzoni corti a scattare fotografie, fu presto tentato dal cinema, dalle immagini in movimento: l’esempio dei Comencini, Emmer, Lattuada fu contagioso. A guerra  finita, con una Kodak Speed 16 mm si cimenta nel cortometraggio a colori, vince premi al Festival di Cinematografia Sportiva di Cortina d’Ampezzo e a quello di Montecatini, passaggio obbligato per quelli che allora si chiamavano cineamatori, finché passa al 35 mm professionale e con La scuola bianca vince nel 1955 un premio al III Festival Internazionale della Montagna: è l’anno in cui un giovane bergamasco sconosciuto - Ermanno Olmi, classe 1931 - è premiato per la prima volta con La pattuglia di Passo San Giacomo (1954), Rododendro d’oro.

Cineasta mancato? Diciamo, invece, cineasta effimero, fugace, provvisorio. Per Colombo, appassionato cultore della comunicazione per immagini e instancabile operatore multimediale, il cinema fu un amore giovanile, quello che, come dice la canzone, non si scorda mai.

Morando Morandini

  inizio  
 

L’entusiasmo e la vitalità, l’amore per la fotografia. Ciò ha fatto di Lanfranco Colombo una figura chiave della cultura italiana di quest’ultimi vent’anni. Un amico di molti. Un uomo che mette, in quello che fa, il sale della vita. E che considero fra i più cari.

Dovrò certo, con lui, per qualcosa ancora dissentire - come qualche volta ho dissentito, apertamente e amichevolmente - ma ciò sarà sempre solo un segno della stima e dell’affetto. Della riconoscenza.

Diego Mormorio

  inizio  
 

Caro Lanfranco,

è significativo che il progetto da te perseguito per tanti anni di un Centro italiano dedicato alla fotografia giunga in porto solo ora, alla fine di un sistema che, come le vicende politiche di quest’ultimo anno mettono in risalto, aveva allentato quel rapporto critico con la realtà che è proprio della fotografia per andare nella direzione di una  distruzione di valori, di un esasperato consumismo, del narcisismo e dello spettacolarismo più sfrenati.

Io e te abbiamo in questi anni amato e seguito la fotografia, in due modi diversi è vero, ma che come vedi convergono oggi nel riconoscimento della fotografia come specchio critico dei tempi. Una funzione che, dal mio punto di vista, dovrebbe costituire per ogni tipo di arte una specie di disciplina di base, una sorta di costante richiamo al buon senso e ai valori che l’unanimità non può ignorare impunemente per troppo tempo.

Arrivando nel porto sicuro di un’Istituzione che raccoglierà e farà conoscere il frutto del tuo lavoro, mi auguro, e ti auguro, di tutto cuore, che questa prima pietra sia la base di un’opera di educazione capace non solo di promuovere la fotografia, ma di selezionarne i valori, e di incentivarne sia la funzione comunicativa che quella critica, di misura e dibattito sui valori che ogni società esprime anche inconsciamente attraverso la propria immagine.

Daniela Palazzoli

  inizio  
 

Nella lunga attività di fotografo, storico, critico, conferenziere, direttore di galleria, Lanfranco Colombo è andato a cercare con passione e valentia professionale il cuore della fotografia. Uomo di cultura è sempre stato in sintonia con l’avanguardia. Forse qualche mago dovrebbe fare il solitario delle sue attività per poterne trarre gli oroscopi, per giungere a una determinata espressione che possa essere la chiave di quanto ci rivela nel quarto di secolo super attivo di questo fedele e attento studioso dall’occhio quadrato. E finalmente è giunto il momento che la poesia dell’immagine è entrata nel nostro Paese e faccia parte del pane dell’arte. E’ arrivato per Lanfranco Colombo il suo meritato Natale con il Museo fotografico affiancato alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea dell’Accademia Carrara che fa onore a Bergamo, città Vaticano della Lombardia.

Ricordo che da ragazzo Lanfranco Colombo con la sua fedele Kodak a portata di click era sempre alla ricerca dell’immagine curiosa e intensamente lirica, anche perché la fotografia conserva sempre le sue forme fisse.

Nella fotografia all’opposto delle altre arti è come se la distanza del tempo fosse abolita - magia della fotografia.

Osvaldo Patani

  inizio  
 

Mio caro Lanfranco,

Ci deve ben essere un motivo per cui in Italia sei noto come Mr. FOTOGRAFIA - un appellativo che meriti ampiamente per 30 anni di duro lavoro nel nome della fotografia del tuo paese.

Grazie al tuo impegno senza riserve, hai reso importante la fotografia italiana - e noi tutti di questo ti ringraziamo.

John Phillips

  inizio  
 

Allora io ero poco più di un ragazzo. Fui chiamato da Lanfranco Colombo per lavorare come art director della rivista “il Diaframma Fotografia Italiana”.  Ero di Modena e avevo già collaborato con Franco Fontana. Già questo dice tutto di lui: si fidava delle persone, anche se molto giovani, sia  che fossero collaboratori, ma soprattutto nel caso dei fotografi: non ha mai cercato i nomi famosi, ma autori che fossero in grado di dire qualcosa, anche se erano giovani e sconosciuti. Lavorai per la rivista dal 1972 al 1979, poi accettai un incarico in una rivista della Mondadori e infine da Panorama, dove oggi sono capo redattore. Ho imparato da Lanfranco a capire e a conoscere la fotografia. All’inizio degli anni Settanta si viveva un periodo difficile per la fotografia, perché si usciva, da quella fase in cui era vista soprattutto come impegno, era “concerned”, si usciva dal ’68 e si entrava in una nuova fase in cui la fotografia, per reazione, diventava commerciale. Lanfranco Colombo non ha mai accettato la commercialità troppo facile ed è rimasto sempre lui stesso, malgrado le mode, malgrado i momenti.

Beppe Preti

  inizio  
 

Caro Lanfranco,
tu mi chiami in causa, con una lettera garbata (anche se in ciclostile), e mi poni subito in grave imbarazzo. Perché sai benissimo come la penso in fatto di celebrazioni e di inaugurazioni. Ritengo infatti che le testimonianze, così come gli affetti, corrono minori rischi di inquinamento se si sedimentano a debita distanza dai luoghi e dai tempi dell’evento. Quando poi l’evento tende a spettacolarizzare i contenuti dell’iniziativa il rischio è ancora maggiore, perché la mitologia del rito coinvolge inevitabilmente i presenti in comportamenti o dichiarazioni di circostanza, con spunti di ridondanza o eccessi cultural-estetici di dubbio gusto. Orbene e ordunque. L’imbarazzo c’è e me lo tengo. La mia testimonianza si sofferma quindi sul fatto: su questa iniziativa, e lo sottolineo: perché la cultura italiana dopo tante mostre e letteratura da supermercato, ha davvero bisogno di dare sicurezza e stabilità anche alla fotografia, istituzionalizzandola all’interno di serie strutture (private o pubbliche, non importa) che assicurino a questo fondamentale elemento della comunicazione affidabilità e continuità negli studi, nel corretto uso degli strumenti di ricerca, nella conservazione e nella catalogazione dei materiali raccolti. Il fatto poi che a questa decisione sia legato il tuo nome e la tua persona è ancora una volta la conferma del valido contributo che da tempo porti al settore. Tutti sappiamo quanto importante sia stato negli anni il ruolo che hai svolto prima come editore (ricordi quando arrivasti in quella preziosa fucina di idee che era il “Popular Photography Italiana”; e poi la nascita del primo “Diaframma”) e poi come organizzatore della galleria che prese il nome dalla rivista stessa. “Il Diaframma” appunto. In queste diverse e complementari attività, sempre condotte all’insegna di un appassionato e personalissimo attivismo, innegabile fu il tuo apporto nell’introdurre la fotografia italiana entro sistemi di scambio internazionali, sottraendola alle remore ed alle lusinghe della cultura amatoriale.

Il resto, nel bene o nel male, è storia recente. Per cui, cosa ti auguro?  Che questo ultimo contributo, quello di cui stiamo parlando, vada infine a legittimare una nostra comune, antica aspirazione. Con l’augurio e la speranza che questo ennesimo progetto non finisca pur esso nel libro delle buone intenzioni; o magari sul palcoscenico di quel grande teatro dove da anni si scrive e riscrive la cronaca culturale di questo straordinario e povero Paese, sempre barattandola per l’appalto di una scatola di sardine.

Piero Racanicchi

  inizio  
 

E’ il pomeriggio di un giorno invernale. Lascio Milano e torno verso casa. Viaggio seduto in uno scompartimento in compagnia di due distinti signori e del copioso materiale fotografico che mi ha regalato Lanfranco Colombo. L’ambiente è caldo, ideale per stendere queste note sulla mia mattinata milanese.

Il treno corre veloce sui binari lucidi e freddi.

Scrivo. Il panorama mi fa pensare alle immagini di Franco Fontana, mentre l’osservazione della signora che mi è di fronte mi porta con la mente alle recenti foto che Gianni Berengo Gardin ha realizzato sui treni girando per l’Italia. Oggi - e ne sono contento - è proprio una giornata dedicata alla fotografia!

Dopo la pubblicazione di un mio pezzo in omaggio ai venticinque anni di attività della Galleria “Il Diaframma-Kodak Cultura”. Si è stabilito tra me e Lanfranco Colombo un certo feeling in materia di fotografia. Una tacita intesa, quasi naturale, semplice. Non conoscevo il manager milanese, se non per un breve incontro a Colorno in occasione dell’8° congresso nazionale ANAF, avevo interesse, per così dire “professionale”, ad incontrarlo per quella sua autorevole collocazione nell’ambito del contesto culturale nazionale che rappresenta ormai “il perno che fa muovere la fotografia italiana”, come dice Piergiorgio Branzi, fotografo e  intellettuale raffinato.

Avevo una gran voglia di vedere l’uomo all’opera, tra le sue “carte”, le sue immagini, i diversi portfolio, i suoi collaboratori e verificare “de visu” quelle particolari “sensazioni culturali” che avvertivo leggendo una sua lettera o parlandogli al telefono. Volevo studiare direttamente il personaggio, il suo entusiasmo, per capire meglio le motivazioni che hanno spinto tutti, specialisti e non, a scrivere di Lanfranco Colombo, della sua attività nell’interesse della fotografia, come il vero promotore dell’affermarsi e del diffondersi dell’arte della luce in Italia e, per buona parte, nel mondo. Una messe di elogi, una serie autorevole di riconoscimenti per il servizio svolto nell’interesse della cultura in generale e della fotografia in particolare. Mi interessava l’uomo, la sua cultura fotografica, la sua grande esperienza, il suo modo di fare cultura, volevo comprendere il protagonista e la maniera di porre e risolvere i problemi; m’incuriosiva il suo entusiasmo intellettuale (e non è - come tiene a precisare - di cultura classica: “ho fatto le commerciali” afferma con orgoglio e con spirito polemico), la sua grande conoscenza della fotografia mondiale. E’ per tutti questi motivi che ho incontrato Lanfranco Colombo, scoprendo poi - anche se della cosa avevo avuto sentore - che l’interesse a creare qualcosa di più di una semplice intesa  era reciproca.  Una constatazione che mi ha fatto molto piacere dandomi ulteriori stimoli intellettuali.

Ho visto un uomo pieno di vitalità, che combatte ogni giorno, da anni, in questa difficile Italia, per l’affermazione delle proprie idee; un personaggio per certi versi singolare - non certo per il cognome: a Milano in ogni condominio c’è almeno un Colombo -, ma per quel che dice, per come lo dice; c’è qualcosa che sa di filantropia, altruismo; ha la valenza del benefattore, sembra di trovarsi di fronte un educatore. Un protagonista senz’altro battagliero, che lotta per affermare i principi e le idee in cui crede fermamente, un operatore culturale a tempo pieno.

Pungente, polemico, sicuro di sé, appassionato del suo lavoro in maniera quasi morbosa. Lanfranco Colombo, è un punto di riferimento costante per la fotografia nazionale ed internazionale. Un uomo che non ha peli sulla lingua; contesta ciò che non gli piace, si sente estremamente libero, dice quello che pensa. Non gli piace una parte della fotografia di Robert Mapplethorpe, oppure non condivide l’affermazione secondo la quale è stata Tina Modotti a fare di Edward Weston un grande maestro della fotografia e non viceversa com’è. Lanfranco Colombo parla di getto, non si controlla. E’ un fiume di parole, un vulcano in eruzione un argomento fotografico, poi la sua amicizia con un certo autore, quindi l’esame di un portfolio. E così avanti, per ore, senza interruzioni. Una meraviglia vederlo lavorare! Una gran bella mattinata, sotto il cielo grigio di Milano, tra gli sguardi accattivanti di un sole pallido e soffice, a tratti ilare e freddo, in un atteggiamento di benevola considerazione, in una città senza traffico e con molti silenzi (strani per il capoluogo lombardo). Una stanza piena di cultura: scaffali colmi di libri, cataloghi, fotografie, fiori, quadri, fotolibri, monografie, dipinti, pile di giornali, litografie. Un copioso archivio fotografico che per logica dovrebbe confluire in una fondazione di cui Lanfranco Colombo lascia volutamente trasparire che c’è allo studio un progetto in tal senso; un modo per lasciare un segno ancora più tangibile su quanto ha fatto per la fotografia e la sua diffusione. Quasi un mito, ormai! Un preciso riferimento per la Storia della fotografia mondiale. Il SICOF, la fotografia francese, quella americana, Photokina, la rivista Fotologia, la sua grande amicizia con Luigi Ghirri, l’arte sublime di Werner Bischof, l’opera di Giorgio Lotti, i capolavori di Sebastiao Salgado, la Mostragrande SICOF, la FIAF e i suoi attuali problemi, Arles. Un pasto frugale e poi ancora: Fotopratica, Photo Italia, i rapporti con Ken Damy, le belle pubblicazioni della Federico Motta Editore.

Ecco i temi più importanti affrontati stamane con Lanfranco Colombo, prima in via degli Imbriani 15 e poi, in via Brera 16. Lo spazio espositivo dedicato esclusivamente alla fotografia che da quasi ventisei anni rappresenta un punto di riferimento per l’arte fotografica nazionale ed internazionale.

Fausto Raschiatore

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I romanzi non sono canonici; ma i più originali sono quelli fotografici, che consistono di fotografie con testo a fronte. Mentre il testo scritto non potrebbe sussistere senza il supporto delle immagini, le fotografie possono comporre un insieme coerente. Così, alle fotografie scattare da mio padre nei primi anni del secolo e raccolte nel mio libro Romanzo di figure (Einaudi, 1986) è toccata la fortuna di essere esposte, ingrandite, nella mostra che inaugurava la nuova sede della Galleria “il Diaframma” (via Brera 16), diretta da Lanfranco Colombo.

La mostra (ottobre ’86) ebbe un memorabile successo; però la mia gratitudine era anche retrospettiva: prima di conoscerlo, avevo già avuto motivo di essere grata a Lanfranco Colombo. Da alcuni anni, sorpresa, poi deliziata e infine anche consolata, aveva scoperto - sempre in via Brera, ma al numero 10 - una piccola Galleria (una stanza), che esponeva fotografie. Mi ripagava della mancanza, da noi, di musei, di gallerie d’arte fotografica,

Ero frequentatrice appassionata, nei viaggi con mio marito, di musei e mostre di fotografia, a New York, a Londra, a Parigi, Lanfranco Colombo è dunque un amico. La sua faccia così umana di buon compagnone invita a incontri cordiali, distensivi; ma io ammiro in lui soprattutto il promotore e difensore di un’arte che gli italiani (i cittadini, o le istituzioni?), alquanto, provinciali in questo, stentano a riconoscere come tale.

Lalla Romano

  inizio  
 

Sono arrivato tardi alla fotografia, peggio, per troppi anni ho snobbato l’arte della fotografia.

Doppiamente colpevole perché mio padre, Giovanni Scheiwiller (1889-1965) è stato forse il primo editore in Italia a dedicare una sua collanina alla fotografia, fin dal 1944, “Occhio magico” volumetti in 24°.

In due anni, e che anni, uscirono 4 titoli: Immagini di Ridenti presentati da Marziano Bernardi, Bimbi e paesi fotografie di Giovanni Scheiwiller presentate da Enrico Emanuelli e, presentati entrambi da Ermanno F. Scopinich, i Ritratti femminili di Federico Vender e i Ritratti ambientati di Carlo Mollino.

Ho impiegato diciassette anni, da quando iniziai a fare l’editore, per riprendere la piccola collana fotografica di mio padre, grazie a Giorgio Lucini, il mio tipografo preferito e tanto appassionato di fotografia, che oggi cura la collana, e grazie, soprattutto, alle “lezioni” dell’irriducibile Lanfranco Colombo.

Sì, perché negli anni ’60, grazie all’indimenticabile Ugo Mulas, sono finalmente approdato alla fotografia, devo a Lanfranco Colombo il risultato di essere un editore, oggi, appassionato di fotografia, nonostante il profondo analfabetismo iniziale. “Master dell’organizzazione in fotografia” è stato definito. Emmer, Germi e Lattuada i suoi parenti illustri, nel periodo prebellico, nel cinema (ma Alberto Lattuada era allora anche un grande fotografo).

Poi, nei primi  anni ’50, l’influenza di Umberto Eco e la cotta per i fumetti, i fotolibri con testi di Franco Fortini (Cinque rune ed Ex Oriente). Nel ’66 direttore di “Popular Photography Italiana” divenuta nel ’72 “il Diaframma Fotografia Italiana”. Ed è proprio la piccola casa editrice “il Diaframma” da lui creata nel ’66 che io ammiro e invidio, perché ha pubblicato cose che io non ho mai saputo fare. La Città di Caio Garrubba e poi libri di Luciano D’Alessandro, Ferdinando Scianna, Giorgio Lotti, Italia di Lucania di Francesco Radino (che ho conosciuto e ne sono diventato amico soltanto nel ’92), Io sono cristiano, sue fotografie sui preti operai curata da Umberto Eco.

Ma soprattutto è stato una grande lezione per me la sua ininterrotta e torrenziale attività di mostre fotografiche alla galleria “il Diaframma”, la prima galleria privata nel mondo dedicata esclusivamente alla fotografia, ancora operante che nell’89 assume il nome di “Il Diaframma-Kodak Cultura”.  Da allora, il caro, irresistibile, adorabile Lanfranco Colombo non l’ha fermato più nessuno, un fiume fotografico sempre più in piena: inarrestabile. Perfino i cinesi si sono arresi di fronte a lui, non solo a Pechino (“L’Italia degli italiani”) ma in altre città della Repubblica Popolare: 45 milioni di visitatori, si dice, e non sono pochi neanche di fronte a un miliardo e duecento milioni di cinesi.

Eppoi a Città del Messico e via via un po’ dappertutto, fino all’attuale donazione al Museo d’Arte Moderna di Bergamo. Un grazie di cuore da parte di un piccolo editore arrivato per ultimo alla fotografia.

Vanni Scheiwille

  inizio  
 

La dimensione quantitativa del lavoro da lui svolto per e con la fotografia in un quarto di secolo è assai grande, tanto grande che un’analisi corretta della dimensione qualitativa del suo lavoro, e di ciò che esso ha prodotto, è di una certa complessità. E’ comunque un fatto che l’attività della galleria “il Diaframma” può essere una spia privilegiata per comprendere quali sono state le intuizioni, le motivazioni e le strategie di Lanfranco Colombo rispetto al lavoro dei fotografi, alle fotografie e alla loro promozione e valorizzazione. La conduzione della galleria rappresenta il prodotto delle scelte del nostro più di quanto non lo siano state altre iniziative, dove egli pure ebbe un ruolo di promotore, di finanziatore e di protagonista, come, non ultima per importanza, la bella e ineguagliata avventura della rivista “Popular Photography Italiana”. In queste altre iniziative Lanfranco Colombo, secondo i casi e le occasioni, promosse, fece proprie, esaltò, mediò, qualche volta subì, le scelte di altri: non così è stato per la galleria quello “spazio tutto e solo per la fotografia, nel cuore di Milano”.

Angelo Schwarz

  inizio  
 

Non ricordo esattamente l’occasione in cui ho conosciuto Lanfranco Colombo. A dire il vero, ho come l’impressione di non ricordare quando non conoscevo Lanfranco. Forse non sono il solo tra quanti si occupano di fotografia ad avere questa impressione. Lanfranco è sempre stato là. So di certo che ho partecipato alla terza mostra del Diaframma: una bizzarra mostra di esperimenti di vari fotografi con un aggeggio ottico importato da Gianni Baumberger che trasformava ogni obbiettivo in obbiettivo occhio di pesce.

Forse è meglio lasciar perdere le date, ché lo sforzo, quando è passato tanto tempo, può far male alle arterie.

Ero arrivato da poco dalla Sicilia, dove avevo mollato l’università per venire a fare il fotografo a Milano, portandomi dietro come passaporto quel libretto sulle Feste religiose in Sicilia e la paura, e l’incoscienza, dei ventidue anni non ancora compiuti. Ero free lance, che per quello che facevo allora si può considerare la traduzione inglese di disoccupato.

il Diaframma mi sembrava una mecca, un posto dove si esponeva fotografia, si incontravano fotografi.

Ma soprattutto, per me, ragazzo, spaventatissimo dalla grande città, era un po’ il prolungamento familiare dei circoli di cultura del mio paese, il posto dove si incontrano gli amici, la poca gente che conoscevo, Lanfranco è subito stato per me una figura familiare, un po’ vociante, un po’ iracondo, ma, insomma, la persona intorno alla quale nasceva e si sviluppava tutto quanto avesse a che fare con la fotografia.

Ogni volta che ho sentito parlare di Lanfranco e della sua politica fotografica nella galleria e nella rivista era per dire che bisognava fare questo e quello, ma intanto nessuno faceva nulla e quest’uomo dall’aria perennemente agitata, faceva tutto, lamentandosi senza tregua ma continuando, con generosità incomparabile, a rimetterci di tasca sua e a costruire un’opera incomparabile di diffusione della fotografia italiana nel mondo e soprattutto, soprattutto, facendo conoscere in Italia una quantità straordinaria di cose fondamentali della cultura fotografica mondiale.

L’elenco sarebbe troppo lungo, ma non posso dimenticare che Lanfranco ci ha fatto vedere per la prima volta grandi fotografi russi, messicani, cinesi (ben prima che ad Arles ci fossero presentati come una novità assoluta), cubani, che al Diaframma per la prima volta ho visto Felix Man e tanti, tantissimi altri.

E’ Lanfranco che ha pubblicato libri fondamentali per il nuovo reportage italiano del dopoguerra, come I Cinesi di Garrubba, Gli esclusi di D’Alessandro, I Travestiti di Lisetta Carmi. Non è qui questione di lasciarsi andare a sentimentalismi per il grande passato. Tanto più che Lanfranco è sempre là, imprescindibile, come la presenza del Diaframma, un luogo dove andare a vedere le mostre, a farle, ad incontrarsi, a litigare.

Luoghi vivi, persone vive.

Ferdinando Scianna

  inizio  
 

Dire di Lanfranco, Lanfranco Colombo, nello spazio breve di poche righe, non è facile. Chi le scrive non può non sentirsi sovraffollato di immagini, di riferimenti, di ricordi. Per me, che non sono uno specialista del campo, Lanfranco è la fotografia: la fotografia di tutto il mondo in Italia, la fotografia italiana nel mondo.

Se qualcosa, qualche nome, so dell’arte per la quale egli da cinquant’anni si prodiga, è a Lanfranco che lo devo, alla mia collaborazione a “Popular Photography Italiana”, agli incontri con lui al “Diaframma”, alle mille e mille opere che ho potuto ammirare - e meditare - alle pareti delle mostre da lui organizzate.

Ma vi è un libro; da lui curato, che mi ha particolarmente coinvolto: Dal Don a Nikolaievka, sulla tragica ritirata dell’Armir nel corso della “guerra di Russia”. Non escludo che è stato forse sfogliando e risfogliando le sue pagine che è andato maturando, sotterraneamente, in me, il romanzo-testimonianza Lettera da Kupjansk, che alla ritirata dal Don dedica non poche delle sue pagine. Così, anche a distanza, vite, passioni, ricerche artistiche, le sue e le mie, si sono intrecciate nel tempo. Da Lanfranco ho imparato, ha tratto, molto: e credo di non essere il solo a poterlo, a doverlo, dire.

Mario Spinella

  inizio  
 

Ho conosciuto Lanfranco la prima volta alla fine del 1939. Aveva 15 anni e ci trovammo a Cortina, io, lui, i fratelli Melloni, a sciare per qualche giorno. Mi incuriosì molto quel giovane già valido discesista che, mentre noi ci precipitavamo lungo le piste di discesa in velocità, preferiva sciropparsi i 12 chilometri dell’anello di fondo. La spiegazione che ne ottenni mi incuriosì ulteriormente: lui, milanese (e quindi escluso dal reclutamento alpino, allora rigidamente territorializzato nelle province montane d’Italia) stava preparandosi il curriculum necessario per essere arruolato negli Alpini. E aveva già frequentato scuole di roccia e ghiaccio, a Courmayeur, a Cervinia, a Selva di Val Gardena con i più importanti maestri e guide.

Lo incontrai nel dopoguerra, entrambi appassionati di automobilismo. Di lui mi parlò a lungo Cornaggia Medici, allora apprezzato corridore automobilista, che pensava di farne la propria seconda guida e che lo aveva duramente messo alla prova in una vertiginosa corsa da Milano a Madesimo, lungo i tornanti della strada del lago e dello Spluga. La passione dell’auto era venuta presto a Lanfranco grazie alle amicizie del padre, compagno di volo di Francesco Barracca, aveva visto e conosciuto - nelle villeggiature di S. Margherita Ligure - i più grandi piloti del tempo, da Ascari a Varzi, per non parlare del leggendario Nivola, coetaneo del padre ed “eroe” delle fantasie giovanili del nostro.

Per mettere in atto la sua passione - entrato a far parte dello Sci Club 18 - Lanfranco si accostò a Piero Taruffi, con i consigli del quale prese parte alle prime gare del “Volante d’Argento”, pilotando una Topolino truccata con la quale ottenne onorevolissimi piazzamenti, tra cui un secondo posto alla corsa in salita Como - Lieto Colle.

Intanto aveva stretto amicizia con Filippo Tassara, con il quale aveva costituito un affiatatissimo tandem, che partecipò ad una edizione della Mille Miglia e alla Coppa delle Alpi.  Fui felice, ed in un certo senso non molto sorpreso, nell’apprendere successivamente che aveva incominciato a dedicarsi all’organizzazione culturale, inaugurando una Galleria di Fotografia in via Brera, in tempi decisamente pionieristici.

Alla Galleria ebbi anche modo di essere vicino quando, responsabile della Fabbri Editori, aiutai l’amico Lanfranco in un momento delicato.

Da allora, l’ho sempre seguito con interesse nelle sue mille attività, apprezzando in particolare quelle iniziative che recuperavano la nostra comune passione per l’automobilismo: dalla mostra presso la Rinascente di Piazza Duomo a Milano, da lui dedicata a Enrico Bernardi, che nel 1882 aveva costruito il primo motore monocilindrico a benzina e nel 1884 la prima automobile a benzina della storia, fino alle splendide immagini dello Studio Fotografico Negri di Brescia dedicato alle esclusive automobili OM degli anni Venti e Trenta.

L’ultima occasione che ci ha visti lavorare insieme è stata qualche anno fa, nell’ambito del Progetto “Meglio Milano” lanciato dall’ACI: avevamo predisposto insieme una proposta-progetto per la realizzazione di un Centro Internazionale della Fotografia da realizzare a Milano, di cui il fondo di Lanfranco avrebbe dovuto costituire il primo nucleo storico, offerto all’Amministrazione della città come omaggio ad una delle capitali mondiali dell’immagine. Le vicende di questi ultimissimi anni 92-93 hanno rivelato da dove originasse il colpevole disinteresse degli amministratori di Milano per questa proposta. Mi fa comunque un grandissimo piacere constatare che l’idea non è caduta. Raccolta dal Museo di Arte Moderna e Contemporanea dell’Accademia Carrara, si realizza oggi intorno alla grande collezione fotografica di Lanfranco che - non dubito - sarà in grado di stimolare ulteriori arricchimenti ed una ricca serie di iniziative.  Che mi auguro riescano a recuperare lo svantaggio che il nostro paese ancora lamenta in questo settore “istituzionale”. Sono convinto che è proprio questa la maniera migliore di dire grazie a Lanfranco Colombo.

Piero Stucchi Prinetti

  inizio  
 

Nel nostro sguardo, le singole fotografie passano e si tolgono, ma l’immaginazione fotografica non passa, non si toglie. Nel nostro sguardo, nel nostro modo di vedere, quello che potremmo chiamare il modo di impaginare che appartiene alla fotografia ha preso dimora, si è impiantato. Anche se noi non ce ne rendiamo conto. Ed è come se il nostro sguardo avesse imparato un’altra lingua. Come se avesse imparato non solo a capirla, ma anche a parlarla. (Capire una lingua, del resto, non vuol forse dire essere anche nelle condizioni di poterla parlare?)

Possiamo dire che la galleria di Lanfranco Colombo è stata ed è un posto dove si custodisce e si mostra il modo di immaginare che appartiene alla fotografia. Ci si andava, e ci si va, in quella galleria, non soltanto per vedere certe fotografie, per gustarne la bellezza e apprezzarne l’intelligenza. Si va in quella galleria anche per ritrovare, ancora una volta, il senso del fotografare, per riconoscere il senso che ha nella nostra vita la figura fotografica, l’immaginazione fotografica.

E’ come se nella galleria di Lanfranco Colombo noi, ogni volta, fossimo messi nella condizione di guardare alla fotografia, alla figura fotografica, in modo più limpido, più cosciente. Come se lì, davanti a quelle immagini, noi riuscissimo a rimuovere dal nostro sguardo la polvere, che rischia di offuscarlo, di una specie di abitudine alla fotografia. Come se lì potessimo renderci conto, ancora una volta, di quella che è davvero la lingua fotografica.

Ogni giorno, noi vediamo passare davanti ai nostri occhi molte moltissime fotografie. Noi frequentiamo, mescolandole, le figure della realtà e le figure della realtà fotografata. Ci capita addirittura di riconoscere qualche aspetto del reale proprio perché lo avevamo conosciuto in una fotografia. (Non soltanto personaggi, cose, ma anche, e forse soprattutto, certi spazi - un certo modo di disporsi dello spazio).

Ci sono le fotografie e c’è l’immaginazione fotografica. Io credo che esista un modo di immaginare che appartiene alla fotografia. E in tutti noi, non soltanto nei fotografi. Da uno sguardo all’altro di tutti i fotografi e da uno sguardo all’altro di tutti coloro che hanno guardato fotografie, la  macchina fotografica, la fotografia, ha finito per produrre una facoltà di immaginare che prima non esisteva. Con implicazioni non da poco. Quello che chiamiamo “l’essere” visto, nella sua figura, come un piccolo arresto del divenire e, forse, ogni volta, l’identità vista come separazione... Come se il senso della parola “figura” avesse cambiato faccia, per noi, dopo la venuta della fotografia. (Un po’, ma molto, molto vagamente, come quelle luci “psichedeliche”, che, negli intervalli di luce nel buio bloccano le figure dei danzatori in una successione di immagini: immobili, sottratte al fluire del tempo. Quasi disperatamente significative - fisicamente significative - nel momento stesso in cui sembrano volersi togliere dal processo quotidiano del significare...) di quello che è il modo di immaginare che questa lingua rende possibile.

In fondo, Lanfranco Colombo ha fatto, e continua a fare, quello che fa un editore di poesia. Come un editore di poesia, Lanfranco Colombo contribuisce a mantenere più pure “le parole della tribù” - le figure della tribù. Contribuisce a tenere più puro il nostro sguardo. A tenerlo più vivo.

Emilio Tadini

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E’ capitato a tutti di constatare quale sia il potere di trasformazione di cui dispone l’entusiasmo e quale forza sia insita nella dedizione a un’attività prescelta. Ma l’effetto diventa inarrestabile quando a tanta determinazione si aggiunga una conoscenza tecnica e un’esperienza diretta che permettano di penetrare tutte le risorse diun linguaggio particolare.

E’ questo il caso di Lanfranco Colombo. Infatti è grazie alla sua opera di sostegno e all’impulso che ha dato a attività dirette e a iniziative complesse, è grazie alla sua capacità di non lasciarsi ingannare da falsi valori e quindi da false opere, che anche in Italia l’arte della fotografia ha occupato il posto che le spetta accanto a ogni altra forma di metafora creativa.

Affinché l’opera dei fotografi passasse dalla funzione di testimonianza dei fatti, utilizzabile nell’ambito della cronaca quotidiana, al riconoscimento di un valore linguistico autonomo, occorreva che si stabilissero le premesse per una lettura filologica, che se ne riconoscesse la cronologia sia pure in un breve lasso di tempo, che si proponesse la lettura delle varianti stilistiche, che si organizzasse un ambito espositivo in cui documentare periodicamente l’attività dei vecchi maestri e dei nuovi validi apprendisti.

Lanfranco Colombo si è applicato a costruire questa  situazione critica, nuova per l’Italia, con una capacità e una tenacia che hanno fatto, oltre al resto, del SICOF e del Diaframma dei punti di riferimento internazionale.

Non ci resta che ringraziarlo per aver speso in questo modo, certamente nobile, tanto tempo e tante energie della sua vita.  E anche rallegrarci per i risultati raggiunti, di cui possono godere non solo gli appassionati di fotografia ma tutti gli amanti di una cultura aperta.

Carla Vasio

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Merito soprattutto di Lanfranco Colombo, il più significativo manager della fotografia italiana, cui si deve un determinante contributo alla sprovincializzazione e all’inserimento nei canali internazionali della nostra fotografia, oltre alla segnalazione dei giovani autori emergenti, ch’egli ha via via presentato nella galleria “il Diaframma” (la prima sede espositiva specializzata europea, fondata a Milano nel 1967), alternandoli alle rassegne dei grandi fotografi stranieri, spesso quelli all’avanguardia, che Colombo ha per la prima volta presentato in Italia, con straordinarie conseguenze culturali.

Lanfranco Colombo, nel suo vasto programma editoriale ed espositivo, si avvalse di alcuni tra i più acuti e avanzati giornalisti, grafici, studiosi del settore; gli art director della rivista sono Giulio Confalonieri e Giancarlo Iliprandi, in seguito Beppe Preti; per la saggistica, prima Piero Racanicchi, poi Ando Gilardi, Angelo Schwarz, Giuseppe Turroni, Gianfranco Bettetini, Daniela Palazzoli, Pierpaolo Preti, e una congerie di intellettuali, da Munari a Eco, da Morandini a Seppilli, avvicinati a una fotografia finalmente intesa come un prodotto culturale fondamentale.

Italo Zannier

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