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di Gianna Ciao pointer
E’ difficile raccontare Lanfranco Colombo, perché
personaggio irto di contraddizioni e umana creatura complessa.
Rifacendomi a Oscar Wilde (De Profundis) trovo una frase che mi aiuta
per un primo abbozzo: “Non c’è uomo che non sia,
in ogni momento, ciò che è stato e ciò che
sarà”. Subito ritrovo la sua capacità di
fanciullo che si perpetua attraverso occhi bambini: questo sguardo
ritiene una maturità particolare che gli causa spine e
delusioni da sormontare, quotidianamente oscillando esso tra il
fanciullo e l’uomo che ha ormai acquisita un’esperienza
del mondo, sapendo benissimo come esso sia, ma volendo che fosse come
lo auspica. In questa rapida premessa dovremo parlare essenzialmente
dell’uomo che ha realizzato un sogno, perché sono
trascorsi più di venticinque anni dalla nascita della sua
Galleria; d’altra parte, non possiamo esimerci dal dire
qualcosa sul fanciullo, l‘adolescente, e infine l’uomo,
visto che tutti hanno contribuito a chi si lanciò a suo tempo,
in quanto sembrava un’impresa visionaria. Forse col fanciullo
ci confrontiamo a ridosso di tutti gli estremi che vanno dalla risata
felice alla caratteristica di Lanfranco di commuoversi e di vedere il
sogno da realizzare anche per gli altri.
Lanfranco Colombo nasce a Milano, città di cui conosce tutto e una miniera di persone le più disparate. Chiedete a lui qualcosa di Milano e vi dirà quando, dove, come, perché. Dobbiamo ricordare che Lanfranco era un bambino estremamente attivo, più degli altri bambini, molto di più, curioso come gli altri bambini, ma molto di più. Questa eccedenza lo ha seguito per tutta la vita; è uno dei perni su cui si è mossa l’immaginazione di Lanfranco e da essa hanno preso il via sogni maggiori e minori che chiamiamo così perché ci sembrano meno vigorosi di quello che vuole perseguire fino in fondo.
Fanciullo dai capelli fiammeggianti, aveva i suoi eccessi di collera legati a qualcosa di preciso, eccessi che tornano dal fanciullo di ieri all’uomo di oggi, capace di creare un disastro, ma nell’incapacità di fare altrimenti. E’ questo che non lo rende, per fortuna, un politico della vita; va diritto allo scopo sapendo di dover accettare le conseguenze. L’uomo de la pietas e della caritas, non ha mai fatto male a una mosca, non serba rancore e ritiene la mano perché la sua è una mano fondamentalmente amica.
E’ pacifista per profonda convinzione e aborre la pena di morte. Abbiamo schizzato brevemente quanto si evidenzia, a tratti quasi scultorei, anche per chi lo conosca poco. Nasce, dunque, a Milano, da una famiglia non comune, il padre è l’avventuriero buono che gira il mondo portando a passeggio la sua bellezza, mille mestieri, molte lingue, i funerali del New Orleans e il suo carico di sogni; si può presupporre che da lui Lanfranco tragga geneticamente la tendenza al sogno; il padre si sistemerà in un’industria siderurgica negli Stati Uniti e scoppiata la prima guerra mondiale pretendono che venda fusti di cannoni agli eserciti europei: si rifiuta e domanda alla nostra Ambasciata di tornare in Italia volontario. Al conflitto prenderà parte come pilota, volando Bleriot e diventando pilota di guerra. Fu amico e poi coopilota del famoso Francesco Baracca che gli regalò il suo orologio in segno di amicizia e stima, orologio che porta oggi Lanfranco commosso per quel regalo come il primo giorno, sua padre oltre ad essere in squadra con Baracchini ed altri famosi, diventa amico della medaglia d’oro Locatelli di Bergamo.
La mamma pur provenendo da pizzi e merletti stava solidamente attaccata alla realtà diventando poi per necessità collaboratrice nell’azienda commerciale di ferro e acciaio del padre. Era lui a contrattare i materiali ferrosi di prima scelta e ad assumere molti responsabili. Il bambino impara presto a vivere da solo e a 5 anni è totalmente autonomo per quanto riguarda il suo cibo ed è già in condizioni di mettere gli altri a tavola. La madre responsabilizza il bambino che porterà fatture in monopattino, poi in bicicletta, di quelle fiammanti perché la madre concedeva poco, ma doveva essere di qualità. Lanfranco andava quasi certamente diritto alla meta richiesta, salvo qualche modesta distrazione, causata dalla curiosità. Il suo primo viaggio è di classe e lo effettua con tutte le indicazioni appese ad un foglio al collo; ecco perché la madre non concedeva più di un viaggio all’anno, ma in grande stile. Lanfranco ricorda anche i nonni paterni e la nonna aveva calzato il corpo di ballo della Scala e il nonno era un maestro in stivali che confezionava per i Vip di Milano, i Reali a Monza; con lui usciva spesso: una volta il nonno lo condusse al cimitero e gli disse “vedi, quella è la mia tomba è pronta tu dovrai metterci la data della morte”.
Sono episodi così che scavano gallerie di disperazione nel suo cuore fanciullo, fondamentalmente quello di oggi. Ci sono il primo bacio, la sua ingenuità nel campo del sesso, che scatta in occasione della famosa Borsa Merci creata dalla Perugina per i Tre Moschettieri. Il ragazzino si presenta alla Borsa e un giovane molto più grande di lui lo invita a casa sua per scambiare il Feroce Saladino, figurina rarissima ed ambita, con la Bella Sulamita. Lanfranco và ed è subito sottoposto ad una affettuosità di cui intuisce un risvolto spiacevole. Scappa a casa dove racconta tutto e la madre dice al padre: “Mi sembra il momento di dirgli i fatti della vita”. Ci sono i primi spettacoli, ci sono Lyda Borelli amica di famiglia che discute le differenze tra la Garbo e la Dietrich e Lanfranco gli si associa. Ama vestirsi da Balilla e indossare i guanti e suonare il tamburo. Il padre, poliglotta e bello, lo mise in guardia molto abilmente, spiegando che il tamburo serve soltanto per fare accorrere le persone e che andava percosso più fortemente ogni volta che si udiva la parola Duce. Era un modo indiretto di creare scompiglio e irritazione, ma poco si poteva contro l'innocenza entusiasta di un bambino. L’avvenimento importante si verifica quando Lanfranco qualche anno dopo, manifesta il suo desiderio di studiare Belle Arti. La risposta della famiglia fu negativa: ragioneria, era stato deciso, e così fu. Quella notte Lanfranco pianse, ma si rafforzò in lui la decisione che lo portava verso il mondo della creatività.
Ci fu il viaggio che vinse per andare in Ungheria e da cui nacque un libro con fotografie e testo di Lanfranco, e testi di Giacino ed Enzo Gambirasio (Giacinto poeta vernacolo di Bergamo), intitolato “Terzetto in Ungheria”: era la prima volta che immagini venivano abbinate alla scrittura. Seguiranno poi, nel tempo, i volumi: “Io sono un cristiano” (testo di Padre Rossi e direzione editoriale e scelta delle immagini di Umberto Eco); “Ex Oriente” (testo di Franco Fortini, tradotto in francese dalla sociologa Eveline Sullerot, Premio Nadar 1964); “Cinque Rune” (testo di Luigi Crocenzi, impaginato dall’art director Giancarlo Iliprandi, Premio Asta di Miami nel 1963, per il miglior libro di viaggio). Il viaggio in Ungheria permise a Lanfranco di conoscere Bela Bartok. La guerra era in pieno svolgimento e Lanfranco si adoperò in due direzioni: come cronista e poi critico alla “Prealpina” di Varese (fu Carlo Lari ad aiutarlo nella critica teatrale) per cui intervistava attori quali Ermete Zacconi, Renzo Ricci, Eva Magni, Dina Galli, Emma Grammatica.
La seconda attività, importantissima, fu la fondazione di una zincografia per stampare un giornale clandestino: Lanfranco è nel Partito d’Azione di Ferruccio Parri e fabbrica documenti falsi per partigiani ed ebrei. Fu un’epoca dura e pericolosa che gli fece vivere l’orrore circostante: i treni della morte diretti in Germania, le rappresaglie, la disumana ferocia nazista. Alla fine della guerra ritorna alla passione del cinema. Coi G.I. è arrivata la famosa “Gilda”, è arrivata la musica di Glen Miller e si dimenticano i telefoni bianchi dei film del fascismo.
Lanfranco ama la musica ed è felice dell’arrivo di “all that jazz”.
Il 26 aprile 1945 Lanfranco stampa alla luce del giorno “Il Corriere Prealpino”, che ha scritto quasi interamente da solo. Subito dopo diventa giornalista professionista, corrispondente del “Corriere della Sera” e della “Gazzetta dello Sport” da Varese. La fotografia sta in attesa, anche se a quattordici anni stampava le sue foto in soffitta, impazzendo di gioia. Ma non c’è niente da fare, perché il cinema lo assorbe. Con il suo indimenticabile amico Don Giuseppe Gaffuri, il sacerdote che celebrò il suo matrimonio, vede tre films al giorno: insieme girano nelle cineteche, riscoprono Flaherty, Dreyer, Lang, Von Stroheim, Buñuel; combattono insieme contro la censura, che agiva ancora sulla scia di un’Italia fascista e papalina. Infine creano all’Istituto Gonzaga di Milano il primo Cineforum. Questo sacerdote, anche sua guida nell’intricarsi della vita, morirà una notte guidando la macchina. Incomincia la prova del dolore: Don Gaffuri, in quel periodo intenso per Lanfranco, era stato qualcuno in cui avere totale fiducia e che non lo avrebbe mai tradito.
Più difficile parlare delle donne, perché Lanfranco, era costruito all’inverso di Simenon e di Herry Miller, il Don Giovanni di Brooklyn. Per arrivare al sesso, era necessario che Lanfranco amasse, e l’amore non si presenta ad ogni angolo di strada. Ci furono, infine, gli amori e qualche donna. Inutilmente gli amici, banali frequentatori delle case di tolleranza, lo volevano con loro. Lanfranco andava, saliva, non toccava le donne, pagava. Gli amici lo prendevano in giro e lo chiamavano “Cesira”, nome che portava con orgoglio perché sopportava male vedere le donne usate come oggetti, scorie. Non gli entrava in testa, e in questo è meraviglioso e vero, che un uomo fosse tale perché andava a donne facili. In lui il rispetto e la stima per la donna erano innati e non conosco uomo in cui la deferenza verso la donna sia più evidente. Questo risalta negli incontri, dove tratta con parità maschi e femmine, mantenendo verso queste ultime un tono amichevole, ma più rispettoso. Nel lavoro considera il terreno uguale per tutti e per tutte, nelle buone e nelle cattive circostanze.
Diventa dirigente di un’industria siderurgica, in cui se la cava benissimo, ma dove non mette certo il cuore. Il sogno dilaga in altri campi: diventa campione di sci di fondo; è uno dei rifondatori della FISI; fonda con Giuliano Babini il SAI; il barone Franchetti lo vuole come membro dello SCI 18, dove è tuttora. Si trova a Saint Moritz come giornalista alla prima Olimpiade Invernale e, sempre entusiasta, sciando, una sera si rompe una gamba. Zeno Colò lo va a visitare e gli dice: “Ormai sei buono solo per lo sci acquatico”. Ma Lanfranco ha lavorato nel cinema con un film documentario “La scuola bianca”, che, presentato al Festival della Montagna a Trento, ha vinto il primo premio per il film sportivo (mentre Ermanno Olmi vinceva il Rododendro D’Oro con “La pattuglia di passo S. Giacomo”).
Buttandosi sullo sci nautico Lanfranco ne fonda ben presto la Federazione Italiana e dati i suoi meriti sportivi ed organizzativi diventa Segretario Generale dell’Unione Mondiale; fonda e dirige una rivista, sul tema, molto estrosa. Piero Taruffi lo inizia alla guida sportiva automobilistica; diventa corridore, impazzisce per lo sport; anche in questo campo sa quasi tutto e lo si può consultare come un vocabolario. Immerso nella fotografia, ne conosce i primi fermenti: scrive due libri di sci nautico editi dalla Sperling e Kupfer con molte pagine fotografiche di sue immagini. In quel periodo conosce ed apprezza sia Cavalli che Giacomelli e acquista tutti i libri possibili stranieri di fotografia e si documenta su Irving Penn, Richard Avedon, William Klein, Henri Cartier-Bresson che riesce a conoscere attraverso Pierre Gasman, il mitico stampatore della Magnum a Parigi. Tra gli italiani conosce e frequenta via via personalmente, Federico Patellani, Fulvio Roiter, Mario Giacomelli, Mario De Biasi, Paolo Monti, Ugo Mulas, Franco Grignani. Incontra Luigi Crocenzi e con lui fonda il Centro di Fotografia Italiana.
Ama conoscere gli altri, scambiare idee, è sensibile ad ogni fatto che si profila, stimolo per un’infinita serie di pensieri.
Oscilla tra le invenzioni dell’arte e taluni percorsi filosofici. Fanno parte di questo “circolo privato” le persone più disparate, ma tutte coinvolte in un lavoro di espressione. Prima ci sono gli attori: Tognazzi, Vianello, Macario, Rizzo, Bramieri, Marisa Maresca, Walter Annicchiarico (suo amico di scuola e di recitazione alle Stelline all’inizio della guerra pro Croce Rossa Italiana). Enzo Jannacci, Franco Cerri, Lelio Luttazzi, Fred Buscaglione, Peppino Di Capri, Ornella Vanoni e poi tanti altri: Salvatore Fiume, Ernesto Treccani, Gianni Dova, Renzo Vespignani, Lucio Fontana, Roberto Crippa, Mario Sironi, Enrico Baj, Virgilio Guidi, Giancarlo Iliprandi, Max Huber, Giulio Confalonieri, Luigi Veronesi, Armando testa, Franco Grignani, Bruno Munari, Abe Steiner, Bob Noorda, Sandro Mendini, Alvar Aalto, Franco Balan, Marco Zanuso, Emilio Tadini, Lele Luzzati, Flavio Costantini, i Fratelli Castiglioni, Freyrie, gli arch. Nervi e Zevi, Salvador Dalì, Leo Lionni, George Goldberg, Athur Miller che vedrà più volte, Alexander Calder, Pfeiffer, Topor, Montale, Quasimodo, Gatto, Sciacia e Ando Gilardi.
Lo affascinano la cultura, le ricerche e nelle parole non gioca con le “simpatie e differenze” a momenti si identifica in una sorta di “tenerezza feroce”, con ognuno e ognuna è il centro di grande interludio collettivo. Salvatore Fiume, “Totò per gli amici”, è un amico e insieme esplorano un’iconografia sublime. Tutti i nomi, menzionati sopra alla rinfusa, appartengono a uomini e donne dai destini diversi, dai pensieri diversi, dalle attitudini prossime.
In questo modo tutto attira Lanfranco. Egli usa il suo occhio e scopre velocemente i talenti e le genialità. Per questo nessuno l’ha tenuto a battesimo, è nato con quella inclinazione: si capisce bene perché fosse attratto dalle Belle Arti. La situazione d’insieme lo spinge sempre più ad agire nel campo della fotografia, di cui è divenuto amante fedele. Comunque il lato visuale della vita lo afferra e lo trascina in profondità. E’ allora che gli entrano nel cuore Kandinsky, Klee, Mondrian, Braque, Picasso, Wols e altri. L’emozione della pittura astratta e informale, la sua forza creativa lo affascina, ma lo affascinano anche Cimabue, Martini, Piero della Francesca, Paolo Uccello, i fiamminghi, gli spagnoli, Benozzo Gozzoli, il Beato Angelico, Masaccio e via nel tempo fino agli impressionisti, ai surrealisti, alle opere “non addomesticabili”.
Ha già messo mano come fotografo e con scritti alla rivista “Popular Photography”, con facilità di espressione ed una notevole iconografia. L’esperienza accumulata con le pubblicazioni precedenti si faceva sentire. Un’inclinazione senza il lavoro non arriva a capo di nulla, resta una velleità, e questo è un torto che non possiamo addossare a Lanfranco, infilato a capofitto nell’azione. Le due cose hanno fatto di lui uno dei più grandi conoscitori di fotografia del mondo. Lanfranco Colombo ha anche molto fotografato (si calcolano, a tutt’oggi, 800.000 tra negativi e dia): sport, viaggi, un po’ di tutto; per vedere qualcosa, che non sia andato all’estero, abbiamo a testimonianza la sua rivista “Popular Photography Italiana”, divenuta poi “il Diaframma”, rivista che ha rivestito estrema importanza e che, tuttora, rappresenta un valido apporto iconografico. D’altra parte, mentre la Galleria si affermava, Lanfranco era intento a farle superare il ritardo che l’Italia aveva accumulato nei confronti della fotografia, sviluppando quella italiana, dando vita ai giovani e al loro bisogno di esprimersi, confermando i grandi talenti che già vivevano in Italia, e dando spazio naturalmente agli stranieri.
Il bisogno di rendere la sua Galleria funzionante con successo e come centro fotografico, gli aveva tolto a poco a poco la sua personale possibilità di esprimersi, non potendo fotografare e insieme mandare avanti il suo sogno, più “il Diaframma” si afferma, più scema la sua produzione di immagini. “Cosa volete” dice “non si possono fare due cose insieme, specialmente se si seleziona e si raccoglie materiale”.
Naturalmente nell’ansia positiva della sua vita, che ama anche nei disastri, entrano tanti viaggi, tutti vissuti totalmente, sempre col suo apparecchio in mano, agiva, dunque, dopo aver visto e sentito, niente affatto vittima della endemica malattia turistica che lascia la gente con l’occhio all’obiettivo, annullando i percorsi con affrettate trascrizioni. Ormai non mostra quanto fa: si sa che la sua produzione attuale ha mantenuto grinta e passione. Ma non la esibisce perché, giova ripeterlo, deve portare avanti fotografe e fotografi.
Dei suoi viaggi ha ritenuto il sapore degli “altri”, quelli che si pongono sotto aspetti di vita differenti e le cui culture ci possono sorprendere. A volte, vedendolo assorto, ci domandiamo se non siano i concetti assorbiti sotto altri cieli a proporgli non il problema ridotto della morale, problema solubile, ma quello dell’insolvibile nodo dell’infinito che rafforza taluni e terrorizza altri. Lanfranco Colombo è una natura sola e che ama agire e anche rapidamente. E’ esemplare trovarsi con lui quando effettua delle compere, perché gli è chiarissimo quello che vuole e dove, quando paga, si direbbe che abbia fretta di sbarazzarsi dei soldi. Questo “costruttore” per nascita ha avuto sempre una vita labirintica che qualunque biografia, anche particolarmente accurata, non potrebbe esaurire, neppure parzialmente. Per esempio, qual è la sua biografia di incidenti nella vita sportiva? Come visse l’incidente di macchina da cui uscì in pezzi e che gli costò dolori e fatiche? Qual è la sua “vis” interiore quando parla con foga il dialetto? E le cravatte, per cui ha una passione, le cravatte, non sono esse stesse un argomento da svolgere? Qual è la sua biografia tipografica? Come dedurre e indurre da una selva di accadimenti che hanno venato la sua vita e ancora oggi la trapassano? Dove collocare la sua capacità di orientamento, naturale in una creatura primitiva e meno in un elemento cittadino, nato con l’asfalto quasi addosso? Eppure egli ama la campagna coi suoi odori straordinari, le erbe tagliate, i fieni, l’odore della neve, quello della pioggia e del fuoco: ma è un cittadino “venuto su” coi secoli, e già si costruiva mentre “stava Federico Imperatore in Como” e Porta Nuova era Porta Nova.
Egli è felice in modo naturale, ma non lo percorre il trionfalismo assai frequente tra i cittadini, tutti convinti che appartenere a un certo paese sia un privilegio singolare. Egli trova, come De Quincey, che le minime cose dell’universo possono essere specchi segreti delle più grandi. Non sarà mai della provincia di Machiavelli col pensare che il potere è tra le risorse della retorica. Non sarà mai del verbo gesuita e pensare che bisogna introdurre un taglio decisivo tra l‘umano e il divino. Lui vede divinità a passeggio sottobraccio a dei poveri cristi e non si tratta di un salto visionario. L’insulsa ricetta hollywoodiana coi buoni da una parte e i cattivi dall’altra non lo intacca minimamente perché la vitae gli umani soggiacciono a ben altri miscugli.
Dobbiamo ricordare che Lanfranco Colombo è tiranneggiato nel proprio lavoro di conoscitore dalla necessità di una cernita. Più il suo veicolo culturale si afferma, più sente la necessità di dire no. Quando rinvia qualcuno prova dispiacere, ma cerca di evitare gli interstizi attraverso i quali si infiltra la faciloneria. Quindi, per sdoganarsi, lavora sempre di più, con la conseguente insopportabilità verso chi non capisce a volo i suoi famosi “Lasciami finire….” Che risultano dei tagli ghiacciati nel verbo.
Ma riesce a farsi perdonare per la sua bontà e per la sua semplicità di modi, che gli impediscono di essere un tiranno. La Giustizia della memoria, in lui, non mantiene giudizi di rancore, non si ricostruisce ogni volta, aggiungendo un punto o una virgola. La vita ha avuto delle generosità verso Lanfranco, che non è mai stato a lungo compresso o imprigionato, trovando egli stesso, in ogni modo, le soluzioni attraverso evasioni e strappi possenti. Quando il suo lavoro, che conduce di fianco alla fotografia, lo ingombra, se ne va, e si dedica esclusivamente alla sua passione; essa deve avere una sua collocazione e probabilmente Torquemada vi avrebbe visto un’eresia o una dimenticanza troppo grave nei confronti della chiesa, Tuttavia Lanfranco è un uomo che crede e che prega. Crede a che? All’immenso mistero che ci circonda appunto, a quell’infinito che faceva sorridere di gioia Bruno e che rivestiva l’aria dell’incubo in Pascal. Dobbiamo sempre ricordare che la cultura è nelle mani di pochi che possono distruggerla o fortificarla. Ricordiamo che l’avvio del cinema l’aveva visto al fianco del suo amico sacerdote, che non gli riduceva gli entusiasmi. Quando si rende conto che la madre della pop art è la fotografia, madre delle attuali discendenze visuali pop, capisce che è nato per amarla e difenderla: non si tratta di un risvolto animista, ma di una rivelazione che lo segue ancora oggi, per nulla scoraggiato, sempre più entusiasta. La sua forza è là.
La Galleria prende nascita da uno dei suoi viaggi in Francia (era membro del gruppo “Gens d’images” diretto da Albert Plecy). Si trova a Porquerolles durante un seminario. Il mattino è fuori all’alba con la sua macchina fotografica e vede una giovane donna sottile che danza: scatta tutto un rullino e mentre scatta certo l’ama. Tutto rimane lì. A colazione la rivede con Roland Petit: è Zizi Jeanmaire (“rien dans les mains, tous dans le coup des reins”) in compagnia di Cartier-Bresson e gli altri: Dieuzaide, Brihat, Sudre. E’ in quell’occasione che all’improvviso domanda: “Ma che cosa posso fare per la fotografia?”. Gli rispondono che i fotografi dovevano questuare nelle gallerie d’arte per ottenere una mostra. Quindi la cosa da fare per aiutare i fotografi è fondare una galleria. Tornò a Milano, dove organizzò nel 1966 la prima antologia (grazie a Pierre Gasman) di Henri Cartier-Bresson al Padiglione d’Arte Contemporanea. Trova poi un piccolo locale al n.10 di via Brera, la rive gauche di Milano, e lo affitta, grazie all’intervento dell’architetto Alessandro Pasquali. Nell’aprile 1967 apre la Galleria “il Diaframma”, con l’opera di Paolo Monti.
Quanto abbiamo via via raccolto ci è stato raccontato da Lanfranco che, nel descrivere il decorso degli anni, racconta mille cose che si incrociano o vanno parallele.
Il rilevante è che nel racconto non vi è nulla di aneddotico e molto di una storia “nova”, un De Vulgari Eloquentia di fatti, il cui irto contenuto solleva filosofia e arti. Questo è stato, insomma, una parte del percorso terrestre di Lanfranco, che vocazionalmente tirava verso le Belle Arti e poi, in una sorta di gioia particolare, verso gli amici, lo sport, le donne amate, la vita. Se gli citate un luogo noto vi conosce tutti, ma lo esaltano certi dimenticati che porta nel cuore. E’ la storia a Torcello di Pepi Camel che si travestiva da generale svizzero (Guisan) per gli amici e che era in uno stato di cronica ubriachezza. Questa figura, che faticava la vita a Torcello, isolotto durissimo per viverci non ripiegati su se stessi (tanto quanto è difficile vivere a Venezia, che richiede una particolare forza da parte di chi vi abita): Pepi Camel, insomma, eroe di una saga sconosciuta, quando non amava qualcuno, sceglieva solo l’inevitabile stato di ubriachezza. Ma per Lanfranco e gli amici, indossava l’uniforme. E così li vediamo a Torcello, con Lanfranco sborniato, ma di vita, la grande sbornia, l’indistruttibile, che ti precede mentre tu avanzi.
Parlando con Lanfranco si esce dal mondo della menzogna per entrare nelle mirabili scorrerie dove il respiro è ampio e la felicità non ha il gigantismo teatrale, colmo di falsità che inalberano certi “eroi” del tempo attuale.
La vitalità di Lanfranco sborda anche nello stato di grazia che riconosce quanto ci venga dato dal mondo, dagli elementi, dalle stagioni, dalla forza morale che vince il dolore e lo sottomette poi. Ma non bisogna cadere in errore: Lanfranco partecipa come pochi al dolore e alle disgrazie altrui e può soffrire terribilmente per quanto non lo riguarda direttamente.
Lanfranco Colombo è un gentiluomo che evita le discussioni che abbassano gli uomini al mercantilismo. La prima domanda che gli pongono Arthur Rothstein e Alfred Eisenstaedt è: “Quanto fai pagare ai fotografi?” “Niente” “A quanto vendi le foto?” “Non le vendo” “Ma allora perché hai aperto la Galleria?” Era l’inizio, e per Lanfranco contava fare in fretta, fare conoscere e riconoscere a tutti la grandezza della fotografia.
E’ accaduto che abbia richiesto ai fotografi, in occasioni particolari, l’invio di una fotografia: i fotografi ne hanno subito proposte cinque o sei “No, una, grazie” ha detto Lanfranco, che non è predatore, ma donatore per costituzione. La sua solarità ci ricorda la straordinaria felicità di Dickens, la vitalità e l’ebbrezza di vivere di Whitmann.
Lanfranco Colombo ha realizzato una mappa del mondo attraverso la fotografia, al cui servizio è tutt’oggi. La grande forza di Lanfranco è, nei momenti cruciali, di procedere per fatti, immediatamente. Egli sa che nessun uomo è impossibile, ma essi non gli tolgono la fiducia: egli è un uomo della Terra che intende portare a termine un’opera basata sulla momentanea fede che esige da noi l’arte. Egli porterà avanti quest’opera nei limiti in cui la fotografia non avrà la museruola. Finché ci saranno donne e uomini decisi ad andare in fondo a una libertà, Lanfranco Colombo ci renderà sempre più ricchi di immagini che hanno un loro significato e un loro mondo. Non si ferma un uomo come Lanfranco, costruito con la vocazione per la felicità da una parte, e dall’altra da un bisogno di essere prossimo ai labirinti dello spirito.
Queste poche pagine sono state necessarie, crediamo, per capire come si siano svolte la nascita di una galleria e di una rivista che rimane a tutt’oggi un punto di riferimento iconografico. Abbiamo attraversato un’epoca, dove si sono incrociate responsabilità, delusioni, sensibilità e incontri che non hanno mai esaurito la volontà di Lanfranco che, crediamo, riunisca tutte le voci che hanno cercato di esprimere il mondo.
La nostra fiducia nella fede di Lanfranco “raccoglitore” lascia spazio soltanto all’entusiasmo che guida la sua opera e la sua vita.
Gianna Ciao Pointer
Lanfranco Colombo è un uomo dal piglio affabile ma non è un mite: piuttosto un temperamento acceso. La cultura per lui è stata ed è una calamita e un mondo dove è bene lasciare un segno. E’ stato un accanito della conoscenza e lo è tuttora. Attraverso la sua Galleria ho conosciuto gente d’eccezione e gli scambi sono stati ricchi. Il mondo degli altri si avvicina a Lanfranco per il suo entusiasmo nella vita e per un’altra ragione, alla Galleria, in quantochè da lui aspettano giudizi, critiche, soluzioni. “il Diaframma” è, dunque, luogo vivissimo di incontri e di scambi ed è stato così dall’inizio. E’ uno dei punti viventi di Milano. Nonostante la sua specialità di conoscitore in fotografia, Lanfranco non è uno specialista nel termine attuale e si interessa di musica, scrittura, moltissimo di pittura. Forse, a volte, è afferrato dall’intuizione che “essere è essere tutto”, e che è forse grave essere una cosa soltanto perché significa non essere tutte le altre, Lanfranco è un docente in fotografia che non propone se stesso come modello; ciò allarga in lui la comprensione di se stesso e della fotografia. Ha sempre apprezzato i ricercatori ma non la ricerca come fine a se stessa: ad essa deve seguire il talento che trasforma il buon lavoro in opera d’arte.
Una cosa da aggiungere: Lanfranco è un tremendo provocatore ma privo di malizia; in più è toccato da una grazia: non è mai stato un terrorista culturale.